strategia vaccinale

Covid, ai guariti basta una dose di vaccino

Secondo i medici israeliani si dovrebbe valutare l'opportunità di destinare a chi ha già avuto l'infezione solo una somministrazione, considerandola come un richiamo. Questo permetterebbe tra l’altro di avere subito nuove disponibilità di dosi per chi ne ha più bisogno

di Agnese Codignola

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Un centro per le vaccinazioni presso la città di Bnei Brak, in Israele (Afp)

Secondo i medici israeliani si dovrebbe valutare l'opportunità di destinare a chi ha già avuto l'infezione solo una somministrazione, considerandola come un richiamo. Questo permetterebbe tra l’altro di avere subito nuove disponibilità di dosi per chi ne ha più bisogno


2' di lettura

Via via che le campagne vaccinali vanno avanti, iniziano a essere resi noti i primi, importanti dati su efficacia e sicurezza dei vaccini autorizzati nelle situazioni di cosiddetta real life, ottenuti cioè dalle persone immunizzate con le più diverse caratteristiche e non, come accade negli studi clinici, relativamente omogenee e in buona salute.

Una delle indicazioni più attese arriva ancora da Israele, il paese con il maggior numero di vaccinati in relazione alla popolazione, e riguarda una categoria di persone sulle quali si discute molto: coloro che sono già stati infettati da Sars-CoV 2 e sono poi guariti.

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È il caso di vaccinarli? Ci si chiede da più parti, visto che i programmi nazionali non prevedono la loro esclusione, per ora. La domanda è rilevante, perché secondo i dati oggi disponibili l'immunità naturale dura – nella stragrande maggioranza dei casi - non meno di 6-8 mesi, e il vaccino sarebbe dunque relativamente inutile.

Inoltre, non sottoporre queste persone a vaccinazione o, quantomeno, porle in fondo alle priorità, significherebbe avere subito disponibili diversi milioni di dosi di vaccino (nel mondo). Senza contare che, finora, non c'erano dati sugli effetti della vaccinazione sul sistema immunitario di persone che hanno già un'immunità specifica attiva.

Ma ora i medici dello Ziv Medical Center di Safed hanno analizzato la risposta immunitaria di 514 persone dello staff medico sottoposte alla prima dose del vaccino di Pfizer tra dicembre e gennaio, identificandone 17 che avevano avuto l'infezione in un periodo variabile da uno a dieci mesi prima. E, come scrivono su Eurosurveillance, hanno visto che, in questi ultimi, la produzione di anticorpi è di un ordine di grandezza più grande rispetto a quella che si vede negli altri (la concentrazione media delle IgG è di 68,6 unità per millilitro, ma nei guariti arriva a 573,3), senza differenze sostanziali tra gruppi etnici o di età.

Naturalmente si tratta, per ora, di numeri molto piccoli, ma l'entità dell'effetto “boost” è talmente evidente e in linea con quanto ci si può aspettare che l'indicazione è considerata molto significativa. Restano da chiarire molti dettagli importanti tra i quali, per esempio, la durata ideale dell'intervallo tra la malattia e il vaccino, ma i paesi che stanno decidendo le strategie vaccinali, secondo i medici israeliani, dovrebbero valutare l'opportunità di destinare a chi ha già avuto l'infezione solo una dose di vaccino, considerandolo come un richiamo. Anche questo permetterebbe di avere subito nuove disponibilità di dosi per chi ne ha più bisogno.

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