Opinioni

Covid, l’importanza di apprendere e adattarsi

L’onda del cambiamento rischia di essere travolgente. Riuscire a cavalcarla per cogliere alcune opportunità è difficile. Ma non impossibile

di Marco Magnani

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(REUTERS)

L’onda del cambiamento rischia di essere travolgente. Riuscire a cavalcarla per cogliere alcune opportunità è difficile. Ma non impossibile


2' di lettura

Stiamo vivendo l’epoca di più intensi cambiamenti nel corso della storia. Gestirli oggi è più difficile che mai, ma è un fondamentale elemento di successo e talvolta di sopravvivenza. Dall’Origine della specie di Charles Darwin emerge che a sopravvivere non è la specie più forte o la più intelligente, ma quella più predisposta al cambiamento. È vero per individui, imprese, interi Paesi. Ne è convinto anche l’economista Philip Kotler di Kellogg per cui «l’unico vantaggio competitivo sostenibile è la capacità di apprendere e di imparare più rapidamente degli altri».

La terribile pandemia causata dalla diffusione del coronavirus è stata in alcuni casi fonte di cambiamenti dirompenti, in altri un acceleratore di tendenze già in atto. In poche settimane il virus ha fatto emergere la grande fragilità di infrastrutture sanitarie e sistema economico. Stanno cambiando geografia produttiva e relazioni commerciali, organizzazione del lavoro e allocazione degli investimenti, abitudini di acquisto e modalità di relazione interpersonale. La diffusione di tecnologia ha subìto una forte accelerazione in tutti gli ambiti.

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L’onda del cambiamento rischia di essere travolgente. Riuscire a cavalcarla per cogliere alcune opportunità è difficile. Ma non impossibile. La chiave per indirizzare il cambiamento in senso positivo è la sua gestione.

Tre i possibili scenari. Il primo è cercare di tornare alla situazione preesistente la crisi, recuperare punti di Pil persi e posti di lavoro distrutti, seguendo canoni e regole del modello di crescita spiazzato dalla pandemia. Questa strada non prevede spazio per apprendere dal cambiamento e migliorare il sistema. All’estremo opposto vi è la tentazione di smantellare completamente il modello messo in crisi dal virus. Se si rafforzasse la convinzione che la globalizzazione produce più danni che vantaggi, ne seguirebbero politiche protezionistiche e nazionalismo.

Esiste poi una via intermedia: cercare di comprendere a fondo le ragioni del cambiamento e farne tesoro, ricostruire nuovi e più stabili equilibri tenendo conto delle fragilità di quelli precedenti. Apprendere e adattarsi, per cogliere – pur in una crisi – alcune opportunità.

Per le imprese ciò significa adattare il modello di business puntando sull’innovazione e ridurre la fragilità delle filiere produttive internazionali accorciandole e avvicinandole ai mercati di sbocco. A livello internazionale implica ripensare e aggiustare – anziché rottamare – alcune istituzioni: perché solo queste possono gestire emergenze globali come pandemie, cambiamento climatico, terrorismo. Importante anche ripensare a libertà e diritto alla privacy in un momento in cui la tecnologia è strumento utilissimo, ma al contempo un possibile mezzo di controllo di massa. Oppure sfruttare la forzata diffusione di smart working ed educazione a distanza per migliorare qualità di vita, organizzazione del lavoro, metodi di insegnamento. O ancora, riflettere sul crollo dell’inquinamento seguito al virus per ripensare sistemi di produzione e trasporto.

Il coronavirus sta producendo cambiamenti dirompenti. Dalla loro gestione dipende il nostro futuro. Flessibilità e versatilità, capacità di apprendere e di adattarsi, di trasformare le minacce in opportunità, sono le caratteristiche che determineranno il successo – e nel lungo periodo la sopravvivenza – delle nostre imprese, città, distretti, territori.

Cavalcare l’onda senza esserne travolti è oggi più importante che mai.

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