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Covid, terze e quarte dosi a rilento: il ministero della Salute spinge per la «chiamata attiva»

Le terze dosi sono solo 9mila al giorno. E solo l’11% della platea (over 80, ospiti delle Rsa e 60-79enni con particolari condizioni di fragilità) ha fatto il secondo booster.

di Andrea Gagliardi

Vaccini, Gimbe: "Non aspettare per quarte dosi"

3' di lettura

«Guardando la parte mezza vuota del bicchiere rispetto all’andamento complessivo della campagna vaccinale, abbiamo ancora circa 19,5 milioni di italiani tra non vaccinati o che hanno un ciclo vaccinale incompleto perchè non hanno fatto la terza o quarta dose». È la stima del presidente della Fondazione Gimbe Nino Cartabellotta, che sottolinea come le quarte dosi non siano “decollate”, tranne in alcune Regioni. «Abbiamo, in particolare - spiega - ancora 6.875.000 italiani che non hanno fatto alcuna dose di vaccino, anche se di questi, circa 2,8 milioni non si possono vaccinare subito poiché guariti dal Covid da meno di 180 giorni. Sono invece senza terza dose 8.236.000 italiani, di cui circa 5 milioni non sono subito vaccinabili perchè da poco guariti dal Covid. Per la quarta dose, mancano all’appello ancora quasi 600mila soggetti immunocompromessi e 3.945.000 over 80».

Copertura alta e somministrazioni basse

Le vaccinazioni del resto sostanzialmente ferme o stanno andando molto al rallentatore. È vero che la copertura è alta con l’84% della popolazione che ha completato il ciclo vaccinale primario. Ma per quanto riguarda le prime dosi di vaccino anti-Covid, attualmente se ne stanno somministrando solo circa 4mila la settimana, ossia molto poche. E pure le terze dosi (ha effettuato il booster il 66,6% della popolazione) hanno fortemente rallentato: si viaggia al ritmo di circa 9mila somministrazioni al giorno.

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Quarte dosi al ralenti

Quanto alle quarte dosi bisogna distinguere la platea di riferimento: per quanto riguarda la seconda dose booster per gli over 80, gli ospiti delle Rsa e i 60-79enni con particolari condizioni di fragilità, l’hanno fatta 509mila persone pari solo all’11,5% della platea potenziale. Per le persone immunocompromesse, che sono circa 790mila, la copertura a livello nazionale è quasi del 26%, «ma - spiega ancora Cartabellotta - con differenze regionali enormi. Il Piemonte, ad esempio, è arrivato all’87% rispetto al Molise che è al 4,3%, la Basilicata al 6%, il Veneto al 10% e la Calabria al 5%».

Chiamata attiva strategica

Differenze enormi dovute essenzialmente alle modalità adottate: chi sta adottando la chiamata attiva, ad esempio il Piemonte che utilizza sms individuali per invitare alla vaccinazione, sta ottenendo ottimi risultati, mentre le regioni che si stanno basando sulla adesione volontaria stanno avendo minori risultati. Non a caso è proprio sulla chiamata attiva che puntano il ministero della Salute e il Direttore dell’unità di completamento della campagna vaccinale, generale Tommaso Petroni.

In un documento inviato a Regioni e Province autonome da un lato infatti si evidenzia che «l’insufficiente adesione alla schedula vaccinale delinea il rischio concreto di lasciare esposti allo sviluppo di malattia grave soggetti più vulnerabili». E dall’altro si sollecita a «rafforzare con immediatezza le campagne di informazione pubblica sull’utilità delle dosi aggiuntive declinate per fasce di popolazione a rischio, a coinvolgere direttamente e senza indugi i medici di medicina generale e i pediatri di libera scelta nella campagna vaccinale e a rafforzare subito il sistema di “chiamata attiva” dei singoli cittadini interessati alla somministrazione».

La chiusura degli hub

Del resto molti hub vaccinali sono stati chiusi. Il ché rende più complicato per gli anziani raggiungere i centri, mediamente più lontani. I punti di somministrazione censiti sono attualmente circa 2.300. Sei mesi fa erano 3mila. Dopo la fine dell’emergenza, inoltre, non tutte le Asl hanno confermato il contributo previsto di circa 6 euro per somministrazione ai medici, dirottando le risorse ad altre priorità. «Solo una minoranza di medici di base sta somministrando le quarte dosi» ha dichiarato il segretario della Federazione dei medici di medicina generale, Silvestro Scotti». Su circa 40mila medici di medicina generale «non dovrebbero essere più del 25% quelli che stanno vaccinando».

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