Architettura

Coworking e spazi polifunzionali, Milano cerca nuovi equilibri

Le nuove modalità di lavoro costringono a ripensare edifici e geografie urbane

di Giovanna Mancini

Le nuove modalità di lavoro costringono a ripensare edifici e geografie urbane


3' di lettura

La Milano che sale, la Milano dei grattacieli simbolo di una rinascita che sembrava inarrestabile, si interroga in questi mesi su quale sarà il futuro dei tanti spazi pensati prima della pandemia per ospitare uffici e oggi vuoti, del tutto o in gran parte. Il Covid-19, è ormai chiaro a tutti, ha dato una forte spinta a nuove modalità di lavoro, accelerando una trasformazione che era già in atto e che è destinata a proseguire anche quando la crisi sanitaria sarà superata.

«Credo che Milano dovrebbe organizzare degli Stati Generali per ripensare il suo sviluppo urbanistico e immobiliare, coinvolgendo tutti i protagonisti di questo settore – osserva l’architetto Alfonso Femia, ideatore assieme all’imprenditore Marco Predari della kermesse All Around The Work organizzata da BolognaFiere nel capoluogo lombardo a inizio ottobre, dedicata proprio al mondo dell’ufficio –. La città deve pensare se e come proseguire quella spinta. È importante cominciare a ragionarci subito, perché stiamo parlando di volumi e interessi economici importanti, che dovranno essere riequilibrati in base alle nuove esigenze delle aziende e delle persone».

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Non che le nuove torri siano destinate a restare vuote. Anzi. Potrebbero ad esempio, suggerisce Femia, essere riorientate su altri servizi, oppure si possono rimodulare i layout interni, nella direzione di creare ambienti lavorativi diversi da quelli finora conosciuti, più attenti ad esempio al benessere dei dipendenti e alla loro sicurezza.

«L’ufficio, inteso come luogo fisico in cui si svolge un servizio, rimarrà sempre – osserva l’architetto Massimo Roj, fondatore e ceo di Progetto Cmr, che su Milano ha in attivo numerosi e importanti sviluppi –. È chiaro che la diffusione dello smartworking avrà un impatto forte: è ipotizzabile che nel prossimo futuro, forse già alla fine del 2021, si arriverà a un 30% di lavoratori in modalità agile. Ma questo non significa che l’ufficio fisico verrà meno. Continuerà a esistere e avrà un ruolo fondamentale, come luogo delle relazioni e del confronto». Si tratta di passare, secondo Roj, dall’idea di «Work Place» a quella di «Living Space»: da posti del lavoro a spazi da vivere, in cui diventano centrali elementi come il benessere delle persone, l’innovazione, la sostenibilità e la sicurezza.

Milano, sostiene Roj, «è tra le città più avanzate a livello internazionale in questo percorso di creare uffici più flessibili e funzionali. Sono anni che se ne parla e che, accanto alle tradizionali certificazioni sulle performance degli edifici, è entrato in uso anche il protocollo «Well», focalizzato proprio su questi aspetti». Lo stesso Progetto Cmr ha realizzato in quest’ottica il primo caso «Well» italiano, sviluppato da LendLease: il complesso Spark One di Rogoredo, a Milano. Altri esempi in città sono Urban Up (l’edificio progettato dallo studio per il Gruppo Unipol, in zona Porta Nuova) e The Sign, in zona Romolo.

Ma la trasformazione in atto nel mondo del lavoro deve portare anche a un ripensamento della città stessa e delle sue funzioni, dice Femia: «Potrebbero nascere spazi dedicati ai nuovi lavoratori, coworking diffusi sul territorio metropolitano, in modo da favorire le persone che vivono lontano dai centri cittadini e dalle sedi direzionali. Sarebbe interessante progettare il territorio in maniera più trasversale, studiando un riequilibrio delle funzioni della città». Concorda Massimo Roj: «Dobbiamo superare l’idea di città divise in zone dormitorio, distretti direzionali e commerciali, quartieri studenteschi, separati tra loro. La pandemia ha accelerato anche la necessità di città più vivibili e a misura d’uomo».

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