IL CASO OPEN

Craxi, Moro, Leone: le citazioni di Renzi per difendere la politica

Nel suo intervento al Senato sul finanziamento ai partiti il leader di Italia Viva ricorda il discorso con cui il segretario del Psi denunciò l’illegalità dell’intero sistema. E richiama la frase del capo della Dc: «Non ci faremo processare nelle piazze»

di Riccardo Ferrazza

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(Agf)

Nel suo intervento al Senato sul finanziamento ai partiti il leader di Italia Viva ricorda il discorso con cui il segretario del Psi denunciò l’illegalità dell’intero sistema. E richiama la frase del capo della Dc: «Non ci faremo processare nelle piazze»


4' di lettura

Due citazioni per due ex premier. Nell’Aula del Senato si discute del finanziamento alla politica. Un dibattito sollecitato da Matteo Renzi dopo l’inchiesta giudiziaria che ha coinvolto la sua fondazione, Open. Il tema richiama alla mente, come un riflesso automatico, il discorso tenuto da Bettino Craxi alla Camera il 3 luglio 1992. Ed è lo stesso leader di Italia Viva a ricordarlo nel suo intervento. Ma l’ex presidente del Consiglio cita anche un’altra celebre frase pronunciata in Parlamento. Quella di Aldo Moro sul caso Lockheed: «Noi non ci faremo processare nelle piazze». Circostanze e anni diversi ma con lo sfondo sempre lo stesso tempo: soldi e politica.

GUARDA IL VIDEO - RENZI: PER OPEN È TUTTO TRACCIATO, NESSUN PROBLEMA

La denuncia di Craxi
«Craxi - ricorda l’ex presidente del Consiglio e segretario del Pd - disse “ho imparato ad avere orrore del vuoto politico”. Di questo discutiamo, non di finanziamento illecito ma di debolezza della politica». Ma l’intervento del segretario del Psi, pronunciato ormai 27 anni durante il dibattito per la fiducia al primo governo guidato da Giuliano Amato quando l’inchiesta di Tangentopoli aveva cominciato a demolire il sistema politico, è però rimasto celebre proprio per la denuncia sul modo in cui i partiti si erano finanziati «da tempo immemorabile»: «Ciò che bisogna dire, e che tutti sanno del resto benissimo, è che buona parte del finanziamento politico è irregolare o illegale. I partiti (...) hanno ricorso e ricorrono all’uso di risorse aggiuntive in forma irregolare o illegale».

Il sistema «criminale»
Il leghista Marco Formentini interruppe l’ex presidente del Consiglio gridando: «E vanno in galera!». Ma Craxi proseguì ribattendo: «Se gran parte di questa materia deve essere considerata materia puramente criminale, allora gran parte del sistema sarebbe un sistema criminale». Una frase che suscitò l’applauso del gruppo della Lega. Gelato tuttavia dal passaggio successivo: «Ma non credo che ci sia nessuno in quest’aula, responsabile politico di organizzazioni importanti, che possa alzarsi e pronunciare un giuramento in senso contrario a quanto affermo, perché presto o tardi i fatti si incaricherebbero di dichiararlo spergiuro».

L’inserzione
Craxi sollecitò «un dibattito parlamentare chiarificatore, serio e responsabile su tutti gli aspetti della questione». E pochi giorni dopo, lamentando una scarsa attenzione sul “nocciolo politico” del suo discorso comprò una pagina a pagamento sul Corriere della Sera, La Stampa e Il Messaggero per pubblicare il testo integrale del suo discorso. Il titolo dell’inserzione a pagamento era: «Bettino Craxi - Rinnovare il sistema politico - non travolgerlo».

La commissione d’inchiesta mai nata
Il discorso venne ripreso dal leader socialista qualche mese dopo: il 24 gennaio 1993 formalizzò la proposta di un’inchiesta parlamentare che facesse luce sui finanziamenti ai partiti degli ultimi venti anni. Denunciando il «gioco al massacro» delle inchieste giudiziarie verso molti partiti, ed il Psi in particolare, Craxi annunciava un’iniziativa dei gruppi parlamentari socialisti perché «tutte le cose siano messe in chiaro». L’esame di un disegno di legge per la creazione di una commissione d’inchiesta era fissato per il 2 marzo 1993 nella commissione Affari costituzionali della Camera, ma non ebbe seguito. Il 12 febbraio, Giorgio Benvenuto era subentrato a Craxi nella segreteria del Psi.

Oggi, dopo la vicenda Open, a chiedere una commissione d’inchiesta sui finanziamenti ai partiti per «scoprire fatti politicamente e moralmente rilevanti» è il Movimento 5 Stelle di Luigi Di Maio.

Moro e la difesa della Dc: «Non ci faremo processare»
Ma Renzi ha riportato alla memoria nell’aula di Palazzo Madama anche l’intervento parlamentare di un altro ex presidente del Consiglio: Aldo Moro. L’11 marzo del 1977 il leader della Dc parla alla Camera sullo scandalo Lockheed, la vicenda delle tangenti da 2 milioni di dollari sulla vendita all’aeronautica militare italiana di 14 aerei Hercules C-130 che vede implicati, tra gli altri, l’ex ministro della Difesa Dc Luigi Gui. Il discorso a difesa di Gui - durato due ore e interrotto tre volte dal leader radicale Marco Pannella - si trasformò nella difesa dell’intera esperienza democristiana: «Onorevoli colleghi che ci avete preannunciato il processo sulle piazze - scandì l’ex presidente del Consiglio -, vi diciamo che noi non ci faremo processare. Se avete un minimo di saggezza, della quale, talvolta, si sarebbe indotti a dubitare, vi diciamo fermamente di non sottovalutare la grande foza dell’opinione pubblica che, da più di tre decenni, trova nella democrazia cristiana la sua espressione e la sua difesa».

L’assoluzione di Gui
Concetto ribadito in un altro passaggio dell’intervento: «A chiunque voglia travolgere globalmente la nostra esperienza; a chiunque voglia fare un processo, morale e politico, da celebrare, come si è detto cinicamente, nelle piazze, noi rispondiamo con la più ferma reazione e con l'appello all'opinione pubblica che non ha riconosciuto in noi una colpa storica e non ha voluto che la nostra forza fosse diminuita. Non accettiamo di essere considerati dei corrotti, perché non è vero». Gui venne assolto nel processo davanti alla Corte costituzionale (il primo e unico nei confronti dei ministri che sia giunto sino alla fase dibattimentale) dopo il voto del Parlamento sulla messa in stato d’accusa proposta dalla Commissione parlamentare inquirente. Mario Tanassi, l’altro ex ministro della Difesa coinvolto, segretario del Psdi, venne invece condannato per corruzione a due anni e quattro mesi .

Le dimissioni di Leone
Ma la vicenda finì per riguardare anche il presidente della Repubblica Giovanni Leone che, dopo una dura campagna del settimanale L’Espresso e dei Radicali (che anni dopo gli chiederanno scusa) si dimise. «Non perché coinvolto ma per uno scandalo montato ad arte oggetto di che lo indicò come personaggio di primo piano nello scandalo» ha ricordato Renzi. Che, pensando evidentemente alla sua vicenda, ha aggiunto: «Per distruggere la reputazione di un uomo può bastare una copertina di un settimanale. Peraltro, i tempi cambiano ma il settimanale rimane... Per recuperare non ci si riesce facilmente». Nel discorso con cui annunciava le sue dimissioni il 15 giugno 1978 Leone scrisse: «Sono certo che la verità finirà per illuminare presente e passato e sconfessare un metodo che, se mettesse radici, diverrebbe strumento fin troppo comodo per determinare la sorte degli uomini e le vicende della politica».

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