FINANZA LOCALE

Crediti a rischio: nei conti dei Comuni una falla da 23 miliardi

di Enrico Netti

(Agf)

3' di lettura

Un punto interrogativo enorme, da oltre 23 miliardi. È quello che incombe sulle casse dei comuni italiani. A tanto ammonta il totale dei crediti correnti sorti da almeno dodici mesi. Un arco di tempo che tende a farli apparire come «difficilmente esigibili». Sono importi di natura tributaria, contributiva, perequativa o entrate extra tributarie. Questa tipologia di crediti emerge dal bilanci dei Comuni italiani alla voce «residui attivi esercizi precedenti», ovvero le somme accertate e non riscosse entro il termine dell’esercizio. Questa incognita sui conti continua ad aggravarsi: tra il 2015 e il 2016 è cresciuta di circa il 15%, da 20,3 a 23,3 miliardi, mentre nel 2014 era di 19,8 miliardi.

È quanto rivela una analisi realizzata da Cerved raccogliendo e rielaborando i bilanci 2016 (quelli 2017 sono in fase di preparazione) di circa 8mila comuni. Il peggioramento coinvolge numerose amministrazioni, ma tre Comuni tra i più grandi (Roma, Milano e Napoli) secondo le rilevazioni di Cerved, sono in particolare responsabili per circa i due terzi dell’incremento nel triennio 2014-2016.

Loading...

Un trend in forte crescita, dunque, per quelli che oggi di fatto si possono definire “solo” crediti dormienti dovuti alle amministrazioni locali e non ancora riscossi. Tuttavia, come avviene per le imprese, stagione dopo stagione, le probabilità d’incasso calano. E questi 23,3 miliardi rappresentano quasi la metà delle entrate correnti dei Comuni.

LA MAPPA DEL RISCHIO DISSESTO

Crediti di difficile riscossione dei Comuni e i tempi di pagamento alle imprese. Medie regionali
(Fonte: elaborazione Cerved su dati dei bilanci comunali 2016)

LA MAPPA DEL RISCHIO DISSESTO

«Si tratta di denaro che non è affluito alle casse degli enti locali. Una notevole quantità di entrate che, non riscosse tempestivamente, hanno altissime probabilità di tradursi in buchi di bilancio permanenti, con conseguenze evidenti sull’erogazione dei servizi - avverte Marco Nespolo, amministratore delegato di Cerved, tra i principali operatori in Italia per l’analisi del rischio e la gestione del credito -. La pubblica amministrazione, al pari di una azienda privata, potrebbe dotarsi di strumenti per rientrare in tempi rapidi dei crediti problematici, prima che le ricadute su tutti i cittadini diventino troppo pesanti».

Il «buco» risulta più vistoso nei Comuni di Calabria, Campania e Sicilia. Tre regioni dove il credito «difficilmente esigibile» pro-capite è compreso tra i 506 e i 361 euro, contro una media nazionale di 207. Sul podio delle amministrazioni più virtuose ci sono Friuli-Venezia Giulia, Veneto e Trentino-Alto Adige dove il debito oscilla tra i 70 e i 51 euro. Considerando non più i valori medi per abitante ma l’importo complessivo non incassato da più di un anno, la classifica vede il Lazio sul gradino più alto (5,8 miliardi), seguito da Campania (4,5) e Lombardia (2,6). Nei Comuni di queste tre regioni si accumulano quasi 13 miliardi di crediti di lunga data, oltre la metà del totale.

Questa situazione penalizza quanti forniscono prodotti e servizi ai Comuni. Dall’analisi Cerved, infatti, emerge la conferma dell’equazione tra massa di crediti in aumento e allungamento dei tempi di pagamento per le spese correnti. In Calabria, Campania e Lazio il saldo richiede tra i cinque e i sei mesi, contro una media nazionale di 112 giorni. All’estremo opposto ci sono il Trentino-A.A. (dove il saldo arriva in 50 giorni), il Veneto (56) e la Sardegna (82). Nonostante i quasi 2,7 miliardi di crediti difficilmente esigibili nella loro regione, i Comuni lombardi riescono a liquidare i fornitori in quasi tre mesi.

Sullo sfondo c’è una situazione ingessata, mentre l’obiettivo delle amministrazioni dovrebbe essere di adottare piani di rientro dei crediti in tempi rapidi e nella percentuale il più elevata possibile. «Esistono servizi dedicati alla riscossione dei crediti in via bonaria e stragiudiziale, attraverso strumenti e procedure dedicate, che permettono di intervenire tempestivamente e di recuperare tra il 30 e il 40% del denaro nell’arco di settimane o di mesi - suggerisce Nespolo -. Affidarsi alle cartelle esattoriali significa seguire un iter burocratico che fa passare in media cinque anni per arrivare a incassare non oltre il 5%, perché a quel punto il credito è troppo deteriorato». Una situazione che un credit manager che opera in una azienda cercherebbe di capovolgere per allontanare il rischio del dissesto.

Tra i dati Cerved relativi ai comuni con almeno 100mila abitanti si possono trovare cinque Comuni dove la quota di crediti di dubbio incasso supera del 100% le entrate correnti. Una situazione critica che accomuna Reggio Calabria (169%), Giugliano in Campania (160%), Napoli (140%), Roma (117%)e Salerno (105%). Nella top ten dei Comuni peggiori anche Milano (quasi 1.200 euro per abitante), Torino (845) e Venezia (831).

In assoluto, Forlì è l’amministrazione più virtuosa della penisola. Qui il capitolo dei crediti dormienti pesa solo per 23 euro pro capite e per il 2,1% sul totale delle entrate. Tra i best performer anche le amministrazioni di Trento, Vicenza, Ravenna, Bergamo e Ferrara.

Riproduzione riservata ©

loading...

Brand connect

Loading...

Newsletter

Notizie e approfondimenti sugli avvenimenti politici, economici e finanziari.

Iscriviti