strategie per la crescita

Credito alle Pmi, perché l’Italia resta indietro

La normativa europea volta a ridurre il rischio di credito all’attivo delle banche danneggia le imprese più piccole

di Camillo Venesio


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(Two Brains Studios - Fotolia)

3' di lettura

Quanto indicato nel recente Rapporto sulla stabilità finanziaria di Banca d’Italia è molto chiaro: negli ultimi 12 mesi la crescita del credito al settore privato non finanziario in Italia è pressoché nulla e i finanziamenti alle imprese aumentano soprattutto per le grandi aziende con merito di credito elevato.

Nel Rapporto è anche scritto che «l’eterogeneità nella dinamica del credito resta molto elevata: la riduzione si concentra tra le aziende più rischiose, mentre la crescita prosegue tra le società finanziariamente solide di maggiore dimensione. Il costo dei nuovi finanziamenti, in diminuzione negli ultimi mesi, si colloca su livelli storicamente contenuti».

Banca d’Italia evidenzia come su un campione di 460mila società di capitali a cui è applicato un indicatore calcolato da Cerved – una sorta di rating dove il valore 1 è assegnato alle imprese più forti e quindi meno rischiose e il valore 10 è assegnato alle imprese più deboli – nei dodici mesi che vanno da giugno 2018 a giugno 2019 il credito a tutte le imprese considerate più rischiose (rating da 4 a 10) si è ridotto, di oltre l’8% per le micro imprese; anche le micro imprese a basso rischio hanno visto il credito ridursi, sebbene di poco.

L’autorevole Prometeia osserva nel suo ultimo Rapporto di Previsione che in ottobre «i prestiti bancari (...) sono aumentati sia nell’unione monetaria europea sia in Italia (del 3,7% e dello 0,3% annuo rispettivamente). La differenza nel tasso di crescita dei prestiti nelle due aree è da ricondurre alla debole evoluzione dei prestiti alle imprese italiane, inferiore di oltre cinque punti percentuali rispetto alla media dei Paesi dell’area euro, in gran parte non spiegata dai fattori che determinano la domanda di finanziamenti, quanto piuttosto dalle politiche di offerta e da un maggior ricorso a fonti di finanziamento alternative». Prometeia evidenzia anche come sia «difficile valutare le ragioni della persistente debolezza dei flussi di prestiti alle imprese, anche più marcata di quanto ci si possa attendere dalle previsioni sull’andamento dell’attività economica e che forse segnala un cambiamento strutturale del mercato del credito».

Ora, poiché è noto che la stragrande maggioranza delle imprese italiane più piccole non è in grado di accedere direttamente al mercato del debito (per esempio con l’emissione di obbligazioni e mini bond), è chiaro che questo andamento del credito, che continua da tempo, ha impatti negativi sulla realizzazione di piani di sviluppo di molte imprese, soprattutto le più deboli, e, di conseguenza, sulla crescita economica.

Ma quali sono le cause di questa situazione, visto che per quasi tutte le banche italiane far credito alle Pmi rimane un’attività rilevante? Una delle ragioni principali è probabilmente l’incessante, enorme produzione normativa europea volta a ridurre pesantemente il rischio di credito all’attivo delle banche. In altri termini l’indirizzo dei regolatori è: non far credito alle imprese deboli e considerare i non performing loan (Npl)come il diavolo; questo sta impattando in misura maggiore sull’economia italiana rispetto alle altre – in genere più ordinate – economie europee, per la presenza di un numero straordinariamente elevato di micro e piccole imprese, che hanno grande inventiva, ma in genere sono abbastanza destrutturate e dopo un decennio di crisi sono ancora in prevalenza deboli.

E non vi sono buone notizie all’orizzonte: malgrado alcuni miglioramenti nella normativa volti a favorire i finanziamenti alle Pmi, la situazione si farà più complicata con le nuove Linee guida sull’erogazione e il controllo dei prestiti, che individuano ulteriori, più rigorosi parametri per l’erogazione del credito.

Che fare allora?

A livello domestico è fondamentale che si continuino a rafforzare le garanzie statali sui crediti alle piccole e microimprese; a livello europeo è importante che i nostri rappresentanti in Parlamento e in Commissione lavorino su queste tematiche in stretto collegamento con quelli di altre nazioni: anche se l’impatto negativo delle regole è minore in altre economie, resta importante per tutti ridare forza alla crescita e non solo alla stabilità. Infine, ho la speranza che alcuni economisti, in controtendenza con il pensiero ancora prevalente in Europa, riescano a modellizzare l’impatto negativo dell’eccesso di regole sulla crescita economica e che qualche coraggioso e lucido legislatore abbia la forza di agire con determinazione.

Ad e Dg Banca del Piemonte

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