sanità

Cresce il gap dell’Italia sulla spesa sanitaria: -38% rispetto ai big Ue

Per il rapporto del Crea di Tor Vergata che fotografa lo stato di salute del Ssn è necessario portare la sanità “in tutte le politiche”, ripristinando una funzione d'indirizzo e di governance del livello centrale

di Barbara Gobbi


Speranza:la stagione dei tagli in sanità è definitivamente chiusa

3' di lettura

I due miliardi in più per il Fondo sanitario nazionale, così come gli altri due miliardi freschi in arrivo per le tecnologie sanitarie e i 230 milioni per la piccola diagnostica negli studi dei medici di famiglia, sono certamente una boccata d'ossigeno portata dalla manovra di bilancio in via di definizione. Così come quel +5% sul Fondo 2019 per le assunzioni di personale Ssn (e con il Patto salute si dovrebbe arrivare al +10/+15%).

La scommessa per non “vivacchiare” in sanità - comparto a cui l'Italia destina un secco -38% di spesa pubblica rispetto agli altri big europei - è però su un altro tavolo ed è in buona parte da costruire: si tratta portare la sanità “in tutte le politiche”, ripristinando una funzione d'indirizzo e di governance del livello centrale. Questa è la tesi che sottende il 15° Rapporto Crea Sanità (Consorzio per la Ricerca Economica Applicata in Sanità promosso dall'Università degli studi di Roma Tor Vergata), dal titolo emblematico “Il ritorno della politica nazionale in Sanità?”.

Due miliardi in più al Ssn non bastano
«Fino a quando le Scienze della vita di cui la sanità/salute è un tassello fondamentale non saranno viste come motori di sviluppo dei prossimi anni, analogamente a quanto sta avvenendo per la Green Economy, il cambio di passo non ci sarà e non ci allontaneremo, ben che vada, dai 2 miliardi di aumento. Che non possono fare la differenza», avvisa il presidente di Crea Sanità, Federico Spandonaro. E precisa: «La prima partita che motiva una governance di nuovo forte a livello centrale, in collaborazione con le Regioni, è quella della tecnologia e dell’innovazione sanitaria. Oggi il Ssn è la terza industria del Paese, 115 miliardi di euro che, se si somma il privato, diventano 150 miliardi. La sfida è capire il rapporto tra questa grande macchina e tutto il resto della società, tra la sanità e lo sviluppo economico complessivo del Paese: serve una ipertestualità delle politiche per la salute, dove il rapporto tra sanità e sviluppo economico abbia un credito .

Il quadro di dettaglio
La governance interna del Ssn, al netto degli aggiustamenti da fare, sarebbe invece «sostanzialmente oliata», sottolinea Spandonaro. Con una serie di sorprese importanti, però, che emergono dal report. Intanto, la crescita continua anche se più lenta del gap tra l'Italia e l'Ue a 14: il Report Crea certifica infatti il “disinvestimento pubblico nel welfare sanitario: «Arriviamo a -38% di spesa sanitaria pubblica - spiega la principale autrice del Report Barbara Polistena - mentre per quella sanitaria totale il gap è un po’ inferiore: -32,4% per il contributo della spesa privata, sui cui invece l'Italia si allinea sostanzialmente agli altri Paesi. Il che è un paradosso, visto che noi siamo un sistema universalistico che ci si aspetta lasci una quota residuale al privato». Un bel contributo alla spesa privata arriva dalle compartecipazioni cui il Report Crea solo per i ticket attribuisce 4 miliardi, mentre la stima di Crea sul mancato introito da superticket - la cui abolizione è il “manifesto” del ministro Speranza nella legge di Bilancio - è su base annua pari a 750 milioni di euro. Nel complesso, la compartecipazione contribuisce in modo netto alla sostenibilità del sistema, che pur confermando il sostanziale equilibrio raggiunto con 10 anni di tagli “lacrime e sangue” vede crescere di nuovo del 14,8% il risultato di esercizio negativo da -1 a -1,2 miliardi tra 2017 e 2018.

Maxi sorpresa sul personale: cresce in ospedale, cala sul territorio
Il ministero sta intervenendo con misure massicce ma proprio gli esiti di un'applicazione disomogenea delle politiche dei tagli alle risorse umane nelle diverse Regioni e il blocco delle assunzioni nelle Regioni in Piano di rientro hanno generato una serie di contraddizioni: se è vero che l'organico ha perso 43.721 unità nel 2017 rispetto al 2004 (il 6,5% degli organici), dall'istituzione del “tetto” la spesa ha comunque registrato uno sforamento di 5,5 miliardi. Per l'incremento delle retribuzioni medie ma anche per la modifica della composizione degli organici. Organici che crescono in ospedale - per la diminuzione dei posti letto da Dm 70/2015 - ma calano sul territorio, malgrado i proclami di un necessario rilancio. I numeri: il personale degli ospedali passa da 8,4 unità per mille giornate di degenza nel 2004 a 10,7 nel 2017; sul territorio si va invece dal 3,2 (sempre per mille abitanti) del 2004 al 2,7 del 2017. «La carenza cui porre rimedio - spiega Polistena - è quindi in termini di qualità e non di quantità del personale. Va capito dove e come intervenire con una programmazione adeguata dei fabbisogni, al di là degli slogan sull'abolizione del numero chiuso alla facoltà di Medicina». Storture evidenti, avvisano da Crea, cui solo una regìa centrale, consapevole e competente, potrà porre rimedio.

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