LA SVOLTA DI VERONA

Crescere per rilanciarsi in Europa

di Valerio Castronovo

(Emanuele Pennacchio)

4' di lettura

Già altre volte la Confindustria ha dato prova di sagacia e responsabilità in alcuni momenti-chiave dell’itinerario non solo economico del nostro Paese, lungo il corso degli ultimi venticinque anni. A cominciare dal luglio 1993, con la sua firma apposta, insieme a quella dei sindacati, al protocollo del governo Ciampi, per un mantenimento della dinamica salariale in linea con un tasso d’inflazione programmato, che avviò l’arduo percorso intrapreso dall’Italia verso la convergenza ai parametri del trattato di Maastricht. Per poi assecondare gli sforzi man mano compiuti lungo la strada in sede politica per staccare infine il biglietto ingresso dell’Italia nell’Unione economica e monetaria.

E ciò a conferma dell’aderenza del ceto imprenditoriale alla causa europeista.

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Del resto, era quanto il vertice confindustriale aveva già manifestato in un’altra fase importante, quando s’era pronunciato nel 1986 a favore dell’“Atto unico”, destinato a mettere in moto la progressiva liberalizzazione degli scambi e dei movimenti di capitale nell’ambito della Comunità europea, che agì da stimolo per la privatizzazione di una parte consistente del sistema bancario e produttivo italiano e il suo affrancamento da un coacervo di «lacci e lacciuoli» (per dirla con Guido Carli).

Il processo di trasformazione della nostra realtà economica che venne delineandosi da allora non fu, beninteso, lineare e senza remore, in quanto occorreva, da un lato, accreditare il made in Italy in più ampi circuiti di mercato e, dall’altro, indurre tante piccole-medie imprese a coniugare il loro proverbiale “saper fare” con appropriate dosi di inventiva e dinamismo nell’export. Che fu quanto si rese tanto più indispensabile per evitare che la devastante crisi finanziaria esplosa nel 2008 travolgesse il nerbo della nostra industria manifatturiera, anche se organizzatosi frattanto in specifiche filiere produttive distrettuali a “grappolo” e a “reti lunghe”.

Non per questo, tuttavia sarebbe stato possibile, pur continuando a puntare i piedi, confidare soltanto in un sussulto di energie e di “animal spirits”, nel mezzo dei rischi di un default dei nostri conti pubblici e della perdita di un quarto del nostro potenziale industriale, se da viale dell’Astronomia e dalle sue diverse Associazioni territoriali non si fosse seguitato a sostenere, presso la classe politica, che la strada maestra per uscire dal tunnel della depressione economica consisteva, insieme a una riduzione della spesa pubblica corrente e del cuneo fiscale sulle imprese, in una crescita generale della produttività dei fattori, quale condizione essenziale per recuperare terreno e restare in corsa nel mercato globale.

Che si trattasse di un requisito cruciale è emerso con ancor più evidenza negli ultimi tempi. E ciò spiega come la Confindustria si stia adoprando con sempre maggior impegno, dal 2016, per la diffusione della produzione 4.0, all’insegna delle tecnologie del digitale e dell’intelligenza artificiale scaturite dalla quarta rivoluzione industriale.

Perciò il corollario di questa svolta radicale, che mai prima d’ora ha determinato effetti altrettanto rapidi e pervasivi, è stato al centro delle Assise di Verona. Un appuntamento, questo, che ha segnato anche un rilancio delle credenziali e dell’immagine di Confindustria, quale attore sociale in grado di fornire un contributo rilevante di idee e proposte alle politiche pubbliche sia in merito allo scioglimento dei tanti nodi strutturali del nostro sistema-Paese sia in ordine alle nostre concrete capacità negoziali e d’iniziativa nel quadro di un’imminente ridefinizione delle regole e delle direttrici di marcia dell’Unione europea.

Di fatto, mentre è stato ribadito a Verona come l’industria rimanga pur sempre il motore dello sviluppo dell’economia italiana e il “Patto della fabbrica” in corso di elaborazione con i sindacati costituisca il preludio di un nuovo sistema di relazioni industriali incentrato sulla partecipazione e sulla qualità del lavoro, si è giunti a formulare un robusto piano quinquennale di investimenti ai fini di una crescita cumulativa del Pil e di un aumento degli occupati da conseguire mediante un’opera di formazione permanente di nuove competenze e di nuovi ruoli professionali.

Si tratta, certamente, di un piano di vasta portata e particolarmente ambizioso ma realistico nei numeri e articolato in più punti, sulla scorta di analisi ponderate e di previsioni correlate alle prospettive congiunturali prevalenti a livello mondiale. D’altra parte, l’obiettivo precipuo che s’intende conseguire è di dare maggior linfa e vigore a un Paese che s’è appena rimesso in salute dopo una lunga depressione economica e un impoverimento di larghe fasce della società, e che rischia adesso (a giudicare dalle tante promesse abbaglianti senza adeguate coperture finanziarie elargite in varia misura dai partiti durante la campagna elettorale) di scivolare verso una deriva densa di incognite.

C’è pertanto da sperare che, all’indomani del 4 marzo, il messaggio e, insieme, il monito lanciato da Confindustria (nel mezzo di un dibattito in cui temi come lavoro, crescita ed equità sono rimasti pressoché assenti o trattati superficialmente) venga recepito e trovi tangibili riscontri nell’azione del prossimo governo. Altrimenti si corre anche il pericolo che l’Italia rimanga fuori dalla partita in corso a Bruxelles per rilanciare l’Europa attraverso una nuova “road map” e un sistema di cooperazioni rafforzate.

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