Oltre l’emergenza

Crescita e gestione accorta della politica economica per contenere il debito

Un’altra variabile da monitorare è l’inflazione: su questo dato non c’è certezza vista la situazione internazionale

di Dino Pesole

(Adobe Stock)

4' di lettura

Partiamo dalle cifre in questa terza puntata del nostro viaggio nel debito pubblico. In valore assoluto, il contatore a dicembre scorso segnava 2.678,4 miliardi. Ma quel che conta è il rapporto del debito con il Pil, che nel 2021 si è attestato attorno al 150%, 3,5 punti in meno rispetto a quanto previsto negli ultimi documenti programmatici del Governo. Risultato reso possibile dal vigoroso “rimbalzo” della crescita, dopo il profondo rosso del 2020 (-8,9%): +6,5%, mezzo punto percentuale in più rispetto alla stima contenuta nella Nota di aggiornamento al Def dello scorso settembre.

Cosa ci dicono queste cifre? Nel confronto europeo, quello italiano è il secondo più alto debito dopo la Grecia (197,9%) ed è uno dei più alti al mondo, anche se le più recenti stime segnalano una riduzione di oltre 5 punti rispetto al 2020, e di circa 10 punti se il confronto è con il 159,8% previsto dal Documento di economia e finanza dell’aprile 2021.

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LE RISORSE
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Ma più che soffermarci sui numeri (pur fondamentali per capire in che direzione stiamo andando), la vera domanda è se il nostro debito pubblico sia sostenibile. Sono essenzialmente tre le precondizioni: crescita, costo del finanziamento del debito, gestione della finanza pubblica. Siamo in condizioni di assicurarle? Prima di entrare nel merito, pare doveroso soffermarci su una questione altrettanto decisiva, ai fini della sostenibilità del debito: chi lo detiene? In poche parole in mano a chi è il nostro debito pubblico?

La quota di titoli detenuta dall’Eurosistema nel suo complesso è pari al 28,1% del totale, cui va ad aggiungersi il 4,7% in mano alla Banca d’Italia. Le banche e le altre istituzioni finanziarie nazionali detengono il 34%, mentre le famiglie posseggono solo il 6,5% del debito. Quanto agli investitori esteri, siamo attorno al 27,7 per cento.

Possiamo considerare tale, considerevole quota al riparo da rischi? Sì, se le condizioni di mercato continueranno a essere favorevoli. Sì, l’aumento dei tassi avrà effetti limitati sul fronte della spesa per interessi e se lo spread non tornerà a impennarsi. È la crescita la principale clausola di sostenibilità del debito. Quest’anno, tensioni geopolitiche, aumento del costo dell’energia e dell’inflazione permettendo, dovremo attestarci attorno al 4 per cento. Ma la vera sfida è per gli anni a venire. Occorre spingere più in alto l’asticella rispetto al 2,8% e 1,9% previsti al momento per il 2023 e 2024. Cruciale è la realizzazione, senza ritardi e incertezze, del Pnrr, che mette a disposizione 191,5 miliardi fino al 2026. Secondo le stime della Banca d’Italia, se realizzati in pieno gli investimenti previsti dal Programma potrebbero far crescere il Pil del 3% entro il 2026. Effetti ulteriori, fino a 6 punti in un decennio, sono attesi dalle riforme e dagli incentivi alla ricerca e all’innovazione. Si aggiungerebbe così quasi un punto percentuale al potenziale di crescita dell’economia del Paese.

La strada è obbligata: agire sul “denominatore”, con un mix di azioni mirate di politica economica e un’accorta gestione della finanza pubblica.

Ed eccoci all’altra, fondamentale precondizione: il costo di finanziamento del debito.

Nel 2021 è stato dello 0,1% (era lo 0,59% nel 2020, lo 0,93% nel 2019), mentre il costo medio si è attestato al 2,4 per cento. Una preziosa finestra di opportunità, garantita dagli acquisti della Bce e dai bassi tassi di interesse. Una finestra che si chiuderà quando i tassi cominceranno a salire. E già ora si avverte qualche segnale: il rendimento dei Btp decennali, sotto l’effetto della possibile, futura (non si sa quando) “svolta” della Bce si è avvicinato nei giorni scorsi al 2%.

L’aumento investe un po’ tutti i Paesi ma per noi il campanello d’allarme non può che scattare in modo più vigoroso e sostenuto, stante il livello del nostro debito pubblico. L’altro elemento chiave è la vita media dei titoli del debito pubblico, che è attualmente di 7,11 anni (7,29 anni se si include l’impatto dei programmi europei SURE e NGEU). Ne consegue – lo ha ricordato di recente il governatore della Banca d’Italia, Ignazio Visco – che «un contenuto rialzo dei tassi di mercato» non dovrebbe avere effetti rilevanti sul costo del debito.

Questa è indubbiamente una condizione di sostenibilità, che potrà rafforzarsi ulteriormente se si riuscirà a ripristinare anche un consistente avanzo primario (il saldo di bilancio al netto della spesa per interessi). Nel 2019 era positivo all’1,8%, poi la pandemia lo ha travolto: -6,1% nel 2020, -6% nel 2021. Con il nuovo Def le variabili macroeconomiche e di finanza pubblica saranno aggiornate, e potrebbe evidenziarsi anche un risultato migliore del -2,7% stimato per l’anno in corso. Ancora una volta, tutto dipenderà dalla crescita. Può tornare lo spettro del “rischio-Paese”, che abbiamo sperimentato nel novembre del 2011, nel pieno della crisi del debito, quando il differenziale tra Btp e Bund si impennò fino a raggiungere i 575 punti base?

Al momento, il rischio sembra decisamente più contenuto, e lo sarà fino a quando potremo contare sull’ombrello della Bce. Nel 2021 la Banca centrale ha acquistato sul mercato secondario titoli per 142 miliardi. Gli stimoli monetari non si arresteranno, anche se andranno gradualmente a ridursi già nell’anno in corso. Quando cesseranno del tutto, la palla tornerà interamente nel nostro campo. La variabile da monitorare è l’inflazione: secondo la Commissione europea, i prezzi al consumo aumenteranno in media nel 2022 nella zona euro del 3,5% rispetto al 2,6% del 2021 e dovrebbero scendere all’1,7% nel 2023. Ma non vi alcuna certezza, considerate le persistenti tensioni sul costo dell’energia e delle materie prime. Il programma delle nuove emissioni è imponente: 310-320 miliardi, cui si affiancheranno circa 160 miliardi di BoT.

E qui entra in scena l’altra, fondamentale precondizione: la gestione della politica economica. Dopo gli oltre 200 miliardi di vari scostamenti di bilancio disposti dal 2020 al 2021 per far fronte alla pandemia, ora la finanza pubblica non può che rientrare nei binari di un graduale, costante riequilibrio strutturale. La spinta a ricorrere nuovamente all’arma dell’extra-deficit dovrà necessariamente essere ridimensionata, anche in vista dell'ultimo scorcio della legislatura quando vi sarà da mettere nel conto una vigorosa pressione a ricorrere ad aumenti di spesa per evidenti motivazioni elettorali.

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