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Crescita economica, perché gli Usa rischiano un «brusco risveglio»

di Maximilian Cellino

3' di lettura

Ce la farà il ciclo economico attuale degli Stati Uniti a diventare il più longevo dal secondo dopoguerra? Iniziata nel lontano giugno del 2009, la fase espansiva si protrae ormai da 108 mesi e ha come obiettivo i 120 mesi raggiunti negli anni 90. Mancherebbe appena un anno per battere il record, ma il motore della locomotiva Usa arriva affaticato all’appuntamento e non è detto che riesca a proseguire così a lungo. A dirlo sono gli analisti di Pimco, che non a caso hanno intitolato l’ultimo secular outlook «Bruschi risvegli».

Lo scenario di riferimento della casa di investimenti californiana, una delle più blasonate e autorevoli nel mondo dei mercati finanziari soprattutto per la sua esperienza sull’obbligazionario assegna una probabilità elevata a una recessione Usa nel corso dei prossimi 3-5 anni, con inevitabili ricadute sul resto del mondo. Il «risveglio», dopo un sogno ormai quasi decennale, potrebbe apparire quanto di più naturale o fisiologico, ma c’è qualcosa secondo Pimco che rischia di renderlo anche «brusco».

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Il boomerang degli stimoli fiscali
Non senza un certo paradosso potrebbero essere proprio quegli stimoli fiscali fortemente voluti da Donald Trump a decretare una fine movimentata del ciclo espansivo dopo averlo in un primo momento allungato. «Ipotizzando l’assenza di un nuovo stimolo per il 2020 - ricordava ieri il capo degli investimenti Scott Mather a Milano per illustrare la visione del gruppo - la sferzata di energia prodotta dall’espansione fiscale statunitense del 2018-2019 potrebbe lasciare il passo a sintomi di astinenza che accentuerebbero un rallentamento congiunturale». Il fatto poi che questo stimolo fiscale giunga in una fase in cui il tasso di disoccupazione è al di sotto del 4% «accresce i rischi di un surriscaldamento dell’economia».

La Fed da nervosa potrebbe divenire aggressiva
Questo eccessivo riscaldamento dell’economia potrebbe a sua volta costringere la Federal Reserve, la Banca centrale americana che è già apparsa piuttosto «nervosa» in questo ultimo periodo, a un atteggiamento più aggressivo delle attese sui tassi: «Interventi di questo genere - ha avvertito Mather - non si sono mai conclusi nel migliore dei modi nel passato». A complicare ulteriormente il quadro potrebbero intervenire le tensioni commerciali tra gli Usa e il resto del mondo, nel caso queste dovessero davvero sfociare in una «guerra» indebolendo la fiducia dei consumatori e l’ottimismo delle imprese.

Verso una recessione meno profonda ma più duratura
Il futuro potrebbe riservare dunque agli Stati Uniti una recessione forse meno profonda di quelle sperimentate nel recente passato, ma non per questo meno temibile perché potrebbe risultare anche più lunga e rischiosa, visto che i tassi di interesse sono ancora relativamente bassi e le banche centrali hanno in teoria meno armi a disposizione per affrontarla. Una frenata alla quale purtroppo neppure la strutturalmente più debole Europa riuscirebbe a sottrarsi. Se in questa particolare fase di maturità del ciclo economico sono ancora le azioni l’investimento da privilegiare, è però opportuno secondo Pimco «sovrappesare Wall Street rispetto all’Eurozona».

«Ci aspettiamo che l’S&P 500 di New York possa offrire comunque un rendimento attorno al 7-8% quest’anno, anche grazie alle continue operazioni di buy back e ai dividendi distribuiti dalle aziende Usa che rappresentano una sorta di quantitative easing nascosto», ha notato Geraldine Sundstrom, portfolio manager di Pimco, spiegando che la chiave di tutto questo risiederà anche nella dinamica degli utili che le stesse società saranno in grado di registrare nei prossimi trimestri. Per l’Europa, dove la sensibilità alle dinamiche del commercio internazionale e ai mercati emergenti è maggiore, il contesto è invece più complicato e «servirebbe una svalutazione dell’euro, che però non ci aspettiamo, per riequilibrare la situazione».

Ancora tensioni sui BTp, «ma non come nel 2011»
L’Italia è invece un capitolo ancora a parte per Pimco, che è sottopesata per esempio sui BTp, ma a «causa» soprattutto della Bce: «la fine del piano di riacquisti farà riemergere le differenze fra i Paesi e questo varrà per tutti i periferici», ha avvertito Mather, che si aspetta un aumento ulteriore dei rendimenti italiani senza però la ripetizione di uno scenario simile a quello della crisi del debito del 2011. «Rispetto ad allora - ha ammesso - diversi squilibri sono stati corretti e i fondamentali della crescita sono migliori». Il giudizio sul nuovo Governo Lega-M5S resta invece ancora sospeso: «Ci sono alcuni elementi del programma che vanno in favore della crescita, altri che invece potrebbero accrescere il deficit pubblico e quindi preoccupare i mercati». Sul filo del rasoio, come sempre.

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