economia europea

Crescita, la Francia sorpassa la Germania e resiste alle crisi

La Francia “sorpassa” la Germania. Nel senso che corre più velocemente. Se fosse una gara, così potrebbe essere riassunto l’andamento recente dei due Paesi che mostra un’economia francese più resiliente, in questa fase, di quella tedesca

di Riccardo Sorrentino


Germania verso la recessione, ondata di indici negativi

4' di lettura

La Francia “sorpassa” la Germania. Nel senso, almeno, che corre più velocemente. Se fosse una gara, così potrebbe essere riassunto l’andamento recente dei due Paesi che mostra un’economia francese più resiliente, in questa fase, di quella tedesca.

La Germania è, evidentemente, in difficoltà. Forse riuscirà a evitare una recessione tecnica, questo trimestre - in primavera il Pil si è leggermente contratto, e non è ancora del tutto escluso che la flessione si ripeta questa estate - e il manifatturiero va decisamente male.

La Francia, invece, pur lontana dai ritmi rapidissimi del 2017 (un +0,7% trimestrale medio) continua a crescere, senza risentire delle difficoltà del grande vicino.

La Commissione Ue prevede così - passando ai ritmi di sviluppo annuali - un +1,3% per la Francia in questo 2019 e solo un +0,5% per la Germania;l’Ocse punta rispettivamente a un +1,4% e un +0,7% e l’Fmi a un +1,3% contro un +0,8%. Le tre istituzioni internazionali indicano però per il 2020 una sostanziale convergenza intorno a un ritmo dell’1,4%.

LA RESILIENZA DEL PIL FRANCESE

Crescita trimestrale, dati in percentuale - Fonte: Eurostat

LA RESILIENZA DEL PIL FRANCESE

La Germania resta più solida

Cosa sta accadendo? L’andamento sottostante delle due economie, in realtà, non è cambiato: le misure più semplici del trend sottostante le oscillazioni dell’attività economica mostrano che la velocità di crociera, quella per così dire più efficiente o potenziale, resta più elevata in Germania (+0,42% medio trimestrale) che in Francia (+0,3%).

L’economia francese continua a crescere a un ritmo vicino al potenziale, quasi conservando l’abbrivio dell’effervescenza di due anni fa.

Quella tedesca ha invece subìto un brusco risveglio dopo il surriscaldamento del 2017: nel primo trimestre di quell’anno, per esempio, il Pil crebbe del 1,2%, che corrisponde a un +4,9% annualizzato, un ritmo di crescita che gli Stati Uniti non registrano dal 2000. 

La decelerazione, la cui causa va cercata nelle difficoltà del settore auto prima e dell’intero manifatturiero poi, non ha però allontanato la Germania dalla rotta di medio-lungo periodo.

Misure un po’ meno semplicistiche del trend evidenziano una frenata per entrambe le economie ma, ancora una volta, una Germania più in salute della Francia. Nulla, almeno per il momento, sembra in ogni caso negare la tenuta strutturale delle due economie.

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Il peso della domanda estera

La differenza nei ritmi di crescita degli ultimi sei trimestri va quindi considerata di natura ciclica. Il (solito) sospetto è uno solo: la domanda estera. Il confronto tra l’andamento della domanda interna dei due Paesi non mostra la stessa “superiorità” dell’andamento francese rispetto a quello tedesco.

Anzi: persino nell’ultimo trimestre primaverile, quello del segno meno, in Germania è stata più rapida. Il discorso si può ripetere in modo analogo per i soli investimenti, davvero in difficoltà in Germania solo nel secondo trimestre di quest’anno malgrado tutta l’enfasi sull’incertezza causata dalle tensioni commerciali. La Francia è invece andata relativamente meglio nelle esportazioni.

La maggiore esposizione dell’economia tedesca alla domanda estera, che nei momenti di difficoltà si trasforma in una fonte di vulnerabilità, non è certo una novità. La Francia è invece, dalla Grande recessione, un importatore netto, anche se l’Fmi prevede, per fine 2020, una bilancia corrente (che non contempla solo gli scambi commerciali) in equilibrio.

Quando il presidente della Bce Mario Draghi insiste nel dire che le difficoltà della Germania (e dell’Italia) sono legate a fattori idiosincratici non dice nulla di molto diverso: l’economia tedesca è colpita da fattori che risparmiano la Francia e gli altri partner.

Politiche economiche diverse

È anche vero che i due Paesi hanno una politica economica molto diversa. I tassi sono molto bassi in entrambe le economie, ma questo è un fattore che aiuta più la Germania che la Francia, dove il numero delle aziende zombie, in grado di sopravvivere solo perché il costo del credito è basso, pesa molto sulle performances dell’economia.

Differente è anche la politica fiscale. La Germania ha utilizzato gli anni del surriscaldamento della crescita per portare il bilancio pubblico in attivo e ridurre il debito. Durante le recenti difficoltà, scettica sul reale impatto delle spese pubbliche, ha però mantenuto un avanzo fiscale superiore all’1%.

La Francia è stata in passato piuttosto generosa: nel 2009, secondo la metodologia di calcolo dell’Fmi, diversa da quella di Eurostat, il deficit ha raggiunto il 7,2% del Pil (l’Italia era allora al 5,2%) ed è poi risalito lentamente (ma comunque più velocemente di quello italiano).

In termini assoluti, però, i consumi pubblici reali sono per esempio cresciuti più rapidamente in Germania che in Francia: il lungo risanamento dei conti pubblici, solo rallentato - e per ragioni quasi “contabili” - da Macron - ha consentito politiche comunque meno generose che nella virtuosa Germania.

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I 25 miliardi di Macron

Difficile allora che possano avere un reale effetto i 17 miliardi delle misure sociali volute da Macron per contrastare i Gilets jaunes (che salgono a 25 tenuto conto di tutti gli interventi a favore dell’economia).

Hanno sicuramente concesso a molte famiglie e molte imprese un maggior potere d’acquisto, ma si è trattato in buona sostanza - anche se solo a fine anno si potrà fare un vero consuntivo - di una redistribuzione di risorse che sarebbero state comunque spese.

È vero che la porzione francese del modello macroeconomico della Bce prevede in realtà un forte impatto iniziale di un aumento permanente dei consumi pubblici, ma l’esaurirsi dell’effervescenza così creata è piuttosto rapido.

Il modello Mascotte della Banque de France, invece, rivela un effetto negativo di un aumento dei salari (Macron ha rivisto quelli minimi) in quanto potrebbe comprimere i profitti e quindi ridurre gli investimenti privati.

Solo gli investimenti pubblici hanno un effetto positivo ma molto limitato: per una spesa permanente - e quindi ripetuta ogni anno - maggiore di 10 miliardi, l’effetto di lungo periodo sul Pil reale è di 5 miliardi l’anno (e si riduce a uno dieci anni dopo).

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