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Crescita zero, l’Istat cambia i criteri di calcolo. E i conti 2019 potrebbero migliorare

Alcuni indizi fanno pensare a una revisione in melius della ricchezza prodotta in Italia. L’Istat infatti intende introdurre molte modifiche connesse alle nuove fonti e metodologie che l’Istituto stesso ha prodotto con l’obiettivo di migliorare la qualità delle stime

di Rossella Bocciarelli

Pil, Italia in stagnazione. Crescita zero nel secondo trimestre

3' di lettura

E se fosse proprio l’Istat, nel momento dell’approvazione del nuovo documento di politica economica, a salvare il 2019 dall’immagine di débâcle economica che proietta quello zero tondo mostrato dagli ultimi dati sulla crescita?

È un dubbio che viene scorrendo il comunicato con il quale l’Istituto guidato dal nuovo presidente Gian Carlo Blangiardo annuncia una nuova revisione dei conti nazionali, a cinque anni da quella realizzata con l’introduzione della nuova versione del sistema europeo dei conti SEC 2010. L’Italia, come gran parte dei paesi Ue, spiega l’Istituto, ha deciso di realizzare la revisione generale dei conti, ovvero la costruzione ex novo dell’intera stima per uno specifico anno-benchmark, utilizzando il 2016 come nuovo anno di riferimento.

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In pratica, il 23 settembre verranno diffusi i dati sul 2018 e la ricostruzione delle serie annuali per gli anni 1995-2018, con il nuovo livello del Pil sui quali costruire i conti (i dati verranno spediti ad Eurostat entro il 30 settembre) e calcolare il (cruciale) rapporto Debito/Pil.

Poi, il 4 ottobre, cioè qualche giorno dopo che la Nadef con il nuovo quadro macroeconomico per la politica di bilancio sarà approdata in Parlamento, arriveranno i “numerini” delle serie trimestrali, compresi quelli relativi ai primi due trimestri del 2019. E lì basterebbe un ritocco dello 0,1 per cento trimestrale su entrambi per far salire anche al di sopra del +0,2 per cento di Pil attualmente previsto dal governo la crescita stimata per l’anno in corso.

Naturalmente, ex ante non si può essere certi che questa «operazione di manutenzione non ordinaria» della contabilità nazionale si traduca in una rivalutazione del livello del Pil e in una ridefinizione migliorativa del recente profilo congiunturale. I cambiamenti introdotti con il ricalcolo potrebbero essere anche di segno contrario.

Però esistono alcuni indizi che fanno pensare a una revisione in melius della ricchezza prodotta in Italia. Infatti la revisione di alcuni aspetti della struttura dell’economia italiana sarà assai importante perché, accanto ai cambiamenti concordati con Eurostat, l’Istat intende introdurre molte modifiche connesse alle nuove fonti e metodologie che l’Istituto stesso ha prodotto con l’obiettivo di migliorare la qualità delle stime.

Tra queste vi sono alcuni capitoli che fanno pensare alla possibilità di ottenere un rialzo del valore aggiunto e un incremento del valore aggiunto per unità di prodotto: per esempio, vi sarà una stima dei servizi di locazione basata sul censimento della popolazione e delle abitazioni (su cui fondare indicatori di quantità di case di proprietà abitate dal proprietario, il cui flusso di reddito deve essere imputato nei consumi privati e nel valore aggiunto) e vi saranno nuove stime del sommerso, relative alla sotto-dichiarazione dell’attività produttiva, ottenute con una base dati che copre l’intero universo delle imprese italiane.

Con un ricalcolo che porti ad un rialzo del livello del valore aggiunto, poi, potrebbe forse ricomporsi, almeno in parte, lo stridente paradosso al quale abbiamo assistito in questa prima parte dell’anno: un’occupazione che accelera mentre il Pil ristagna. Perché delle due l’una: o si sta configurando una nuova, consistente flessione della produttività, della quale il nostro Paese non ha certo bisogno, vista la sua performance degli ultimi vent’anni. Oppure, come sostengono alcuni economisti, come Innocenzo Cipolletta e Sergio De Nardis, non stiamo assistendo né a un nuovo forte deterioramento tecnologico né a eccessivi sussidi all’impiego di lavoro ma a problemi di misurazione dei dati.

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