Cassazione

Crimini delle SS, il giudice italiano decide sul risarcimento

Il principio della sovranità nazionale è recessivo in caso di violazione dei diritti umani. Accolto il ricorso del figlio del generale Toldo deportato e ucciso dai tedeschi nel ’44

di Patrizia Maciocchi

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(Agf)

Il principio della sovranità nazionale è recessivo in caso di violazione dei diritti umani. Accolto il ricorso del figlio del generale Toldo deportato e ucciso dai tedeschi nel ’44


3' di lettura

Agli stati sovrani non va riconosciuta alcuna immunità in caso di crimini contro l’umanità. In caso di violazione dei diritti umani, va riconosciuta dunque la possibilità di accedere al giudice nazionale per ottenere il dovuto risarcimento. Partendo da questo principio la Cassazione (sentenza 20442) ha affermato la competenza del giudice italiano a decidere sul risarcimento chiesto dal figlio del generale Michele Toldo, imprigionato dai tedeschi nel ’44 e deportato nei campi di concentramento, prima a Natzweiler poi a Dachau e infine a Flossenburg, come lavoratore forzato. Il “prigioniero” era stato costretto a lavorare in condizioni disumane in una fabbrica di materiale bellico.

La deportazione e l’uccisione

Poi ucciso dalle SS, in vista dell’arrivo delle truppe sovietiche, perché malato e dunque non in grado di essere inserito nelle cosiddette marce della morte. Il generale si era presentato spontaneamente al comando tedesco in cambio della liberazione del figlio - l’attuale ricorrente allora tredicenne - preso in “ostaggio” durante una perquisizione nella casa dell’alto ufficiale, sospettato di collaborare con la resistenza. La Corte d’Appello aveva negato la giurisdizione italiana sulla base della legge 5/2013, Una norma che recepiva un principio affermato dalla Corte internazionale di giustizia, con la quale si sosteneva, in nome della sovranità, l'immunità giurisdizionale degli stati «in procedimenti per illeciti presumibilmente commessi sul territorio di un altro Stato dalla proprie forze armate nel corso di un conflitto armato».

La sentenza

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La norma interna che escludeva la giurisdizione italiana

Un criterio al quale si allineò anche la Cassazione, dichiarando il difetto di giurisdizione nei confronti della Germania (con le sentenze 32139/2012 e 4284/2013) , con una marcia indietro rispetto ad una sentenza del 2004 con la quale aveva sostenuto che l’immunità degli Stati per gli atti d’imperio, viene meno in caso di crimini di guerra e di crimini contro l’umanità. L’Italia, con la legge 14/1/2013 n. 5 (Adesione della Repubblica italiana alla Convenzione delle Nazioni Unite sulle immunità giurisdizionali degli Stati e dei loro beni) escluse la giurisdizione italiana per i crimini di guerra commessi dal terzo Reich. A passare un colpo di spugna sulla norma è stata però la Corte costituzionale.

Il colpo di spugna della Consulta

Con la sentenza 238/2014 la Consulta ha stabilito, infatti, che in caso di crimini di guerra e contro l’umanità, lesivi dei diritti inviolabili della persona (anche se commessi dalle forze armate dello Stato sul territorio del Paese del foro in cui si agisce), deve essere in ogni caso garantito il diritto al giudice, e dunque la possibilità di chiedere giustizia e il risarcimento per i danni subìti dalle vittime. Nel caso esaminato la Corte d’Appello non ne ha tenuto conto. Ma la Cassazione ricorda che l’orientamento fondato sulla pronuncia della Corte di giustizia intermazionale e sulla legge 5/2013 non è più sostenibile dopo la sentenza della Corte costituzionale.

Diritti inviolabili prevalenti sulla sovranità

Con le sentenze successive la stessa Cassazione è tornata ad affermare la prevalenza del rispetto dei diritti inviolabili in caso di « violazione di norme internazionali di ius cogens tali da determinare la rottura di un potere sovrano riconoscibile come tale». Di conseguenza l’immunità statale non è più un diritto quanto una prerogativa dello Stato nazionale. E il principio del rispetto della “sovrana uguaglianza” dei Paesi è privo di effetti se vengono lesi valori universali che vanno oltre gli interessi delle singole comunità statali «e la cui vera sostanza consiste in un abuso della sovranità statuale». Il ricorso è accolto e ora la parola passa al giudice interno.

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