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Criptovalute, Cina, Russia e banche: quattro temi al Festival dell’Economia

Scenari futuri, possibili nuovi equilibri globali, ruolo dell’Europa, sono gli argomenti che hanno tenuto banco nel corso degli eventi della seconda giornata

di Carlo Andrea Finotto

Yunus: «Si crea un nemico per finanziare l’industria delle armi»

6' di lettura

Le criptovalute sono fuori controllo? Parleremo tutti cinese? L’Europa ha fatto bene a varare le sanzioni nei confronti della Russia? Le banche andranno inevitabilmente verso nuove aggregazioni?

Un poker di domande al tempo stesso epocali e attuali scaturite dagli eventi e dagli incontri della seconda giornata del Festival dell’Economia di Trento, nella prima edizione con il format del Sole 24 Ore.

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Criptovalute, scatta la stretta

A lanciare il sasso nello stagno delle criptovalute è stato per primo l’ex ministro e attuale presidente della Consob Paolo Savona. Con le criptovalute siamo davanti «a un mondo virtuale che non riusciamo più a controllare» e «la bomba atomica è il rischio di una rottura del mercato monetario e bancario internazionale».

«Su queste direi monete, e io aggiungerei immediatamente false perché non sono monete ufficiali, le aspettative sono tali che evidentemente le persone facoltose possono rischiare ma mi dispiace che c'entrino anche le persone non facoltose, talune addirittura povere, che affidano i propri risparmi, entrano in un settore nonostante gli avvertimenti, i warning che le autorità, non solo la Consob e Banca d'Italia, anche le autorità internazionali hanno ripetuto».

La risposta all’allarme è arrivata a stretto giro da Alessandra Perrazzelli, vicedirettrice generale della Banca d'Italia, la quale ha annunciato che Via Nazionale sarà la prima in Europa «o tra le prime» banche centrali a fornire al mercato indicazioni di vigilanza sulle criptovalute, in attesa dei provvedimenti comunitari. Perrazzelli lo ha detto intervenendo al convegno “La digitalizzazione della finanza tra disintermediazione e nuovi ecosistemi”.

Per la vicedirettrice di Bankitalia le criptovalute presentano dei rischi e di fronte al proliferare di piattaforme e nuovi operatori di mercato il compito dei regolatori è di vigilare e creare regole comuni.

Sanzioni alla Russia, gas e petrolio: quale futuro?

Il tema della guerra in Ucraina causata dall’invasione russa e delle sue implicazioni a livello energetico non poteva non riemergere anche nel corso della seconda giornata, a poche ore dal varo del sesto pacchetto di sanzioni Ue contro Mosca e dopo giorni (e settimane) di difficili trattative su come colpire l’export di petrolio.

Ad affrontare il tema è stato Paolo Scaroni, deputy chairman di Rothschild, ed ex ceo di Enel ed Eni, a margine di un incontro al Festival: «Quando ho letto i provvedimenti dell'Ue, ho detto, in senso positivo, “tanto rumore per nulla”. Se avessero chiesto a me, tre mesi fa, cos'è il provvedimento che l'Unione europea può fare nel mondo degli idrocarburi, avrei detto: può sul fronte del petrolio stopparlo via mare, ma non certo può fermare quello via oleodotto, perchè cosa fa l'Ungheria che non ha l'accesso al mare? Lo fa arrivare via camion? E per il gas, i Paesi dell'Europa centrale non possono fare a meno del gas russo. Quindi provvedimenti zero. Si è parlato per due-tre mesi facendo chiacchiere, sicuramente a buon fine, e si è arrivati a una scelta logica».

Roberto Cingolani, ministro per la Transizione ecologica va dritto al punto intervistato da Maria Latella: le sanzioni alla Russia sulle importazioni di idrocarburi «non partiranno domani» perché se fossero partite subito «avrebbero portato a una guerra di natura economica sociale facendo entrare il continente in una recessione senza precedenti».

Scaroni ha anche indicato una strada logica per affrancarsi da Mosca: «Mattei ha insegnato all'Italia e al mondo l'utilizzo del gas come combustibile, abbiamo una lunga tradizione nel nostro Paese. Oggi produciamo 3,5 miliardi di metri cubi di gas l'anno, arrivare a 9 miliardi non è fuori dal mondo». «Credo - ha continuato Scaroni - che dovremmo farlo in quell'ottica di diversificazione che ci vede attivi in tanti Paesi», ha aggiunto, sottolineando che «tra tante sventure italiche abbiamo un vantaggio, abbiamo uno strumento che altri, come Germania o Austria, non hanno, cioè l'Eni», che fa scoperte di gas nel mondo.

In parallelo, l’ad di Enel Francesco Starace, intervistato da Paolo Mieli ha spiegato come l’Italia «in quattro anni può dimezzare il fabbisogno di metano». Secondo Starace limitando l’utilizzo di energia elettrica prodotta da gas solo ai settori industriali l’Italia può dimezzare il fabbisogno di metano, che oggi è pari a 75 miliardi di metri cubi l’anno.

Sulla questione del gas si è espresso anche l'economista Alberto Clò, che ha sottolineato come la guerra abbia «cambiato completamente le priorità. Se sei ostaggio di qualcuno nell'approvvigionamento non sei un Paese libero: noi siamo ostaggio della Russia, dirlo non significa stare dalla parte di Putin». Clò ha anche sottolineato che la «corsa alle rinnovabili rischia di portarci dalla padella del gas russo alla brace delle rinnovabili cinesi, cioè della tecnologia cinese».

Parleremo tutti cinese?

Il ruolo della Cina e il suo peso geopolitico sono uno degli scenari ricorrenti, al centro delle analisi di economisti e politici. L’incontro “Usa-Cina: il disordine e del XXI secolo” è stata l’occasione per cercare di delineare l’incerto futuro nel rapporto tra i due colossi: il primo, gli Stati Uniti, impegnati a cercare di confermare la loro leadership mondiale, il secondo, la Repubblica Popolare, che sta mettendo la freccia nel tentativo di sorpasso.

Nel corso della prima giornata del Festival, il premio Nobel per la Fisica Giorgio Parisi e il fisico Roberto Battiston hanno espresso un giudizio negativo sul ruolo americano. Per il primo Washington ha perso la sua capacità di leadership, per il secondo il sorpasso nel campo dell’aerospazio c’è già stato.

Su una linea simile Alberto Forchielli, partner fondatore di Mindful capital partners e profondo conoscitore di entrambi i modelli, che dà un giudizio forte: «Il mondo sarà più cinese: l’Asia, la Russia, l’Africa graviteranno sempre più nell’orbita cinese, l’America Latina sarà contesa e l’Europa sarà terreno di conquista».

Meno drastico e più occidentalista Alec Ross, docente alla Bologna Business school, secondo cui «il mondo non diventerà più cinese, loro sono molto forti nelle produzioni, ma non nelle invenzioni. Pensiamo ai vaccini, al mondo della genomica, alle energie rinnovabili: ecco, i cinesi non hanno fatto grandi invenzioni. L’Europa, in questo confronto tra Stati Uniti e Cina, non deve essere un arbitro, perché nella storia ha saputo coniugare scienza e umanesimo e dunque può proseguire e rafforzare questo modello».

Giorgio Prodi, docente all’Università di Ferrara e Bbs Director of Asia and Pacific relations auspica invece che non debba «esserci un vincitore e un perdente, tra Stati Uniti e Cina. È una modalità sbagliata, dovremo far convivere questi due modelli».

La strada delle banche italiane

Lo stato di salute del credito e in quale direzione debbano muoversi le banche sono argomenti che carsicamente riemergono per imporsi alle riflessioni di addetti ai lavori ed economisti. «Sullo stato di salute delle banche italiane si è espresso il governatore Visco affermando che stanno bene e sono allineate con il resto di Europa» ha detto il presidente di Intesa Sanpaolo, Gian Maria Gros-Pietro, al Festival dell'Economia di Trento. «L'unico punto è quello della redditività perché è inferiore rispetto a quella europea - ha continuato -. Va aumentata. Tuttavia non ci sono altre problematiche del settore, il temuto peggioramento dei crediti alla scadenza delle moratorie non c'è stato».

Facendo riferimento alla crisi innescatasi con la guerra in Ucraina, Gros-Pietro ha sottolineato che «l'impatto sul sistema bancario italiano mi sembra non rilevante». «Per quanto riguarda la Russia - ha continuato - mi sembra che le sanzioni effettivamente possono costituire un problema soprattutto nel medio e lungo termine. La guerra invece spero che sia un problema di breve termine».

Di avviso simile anche il presidente del consiglio di vigilanza della Bce, Andrea Enria: «L’impatto diretto della guerra in Ucrania sulle banche è gestibile. Il problema indiretto è una storia diversa». Tutte le nostre banche - ha aggiunto - «hanno espresso l'intenzione di uscire dalla Russia e sono in trattative per vendere. I rischi si stanno riducendo così come le esposizioni. Non è un processo semplice spero si concluda in tempi rapidi».

Sul fronte delle possibili aggregazioni bancarie si è espresso chiaramente il presidente dell'Abi, Antonio Patuelli: «Io ragiono in termini europei, innanzitutto nell'area dell'euro. Ragionare in logica nazionale è, a mio avviso, non più attuale. Abbiamo l'unione dei mercati dei capitali, di circolazione di merci, persone e denari e abbiamo una moneta unica. Di conseguenza, il problema è rafforzare i gruppi bancari in una logica europea in modo che siano competitivi in un mercato che non è solo nazionale».

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