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Crisi aziendali, dalla pandemia 150 vertici: ora nuove regole

Direttiva di Giorgetti sulla gestione delle vertenze: struttura rafforzata e una istruttoria sui tavoli effettivamente chiusi

di Carmine Fotina

Formazienda, formazione per uscire dalla crisi

3' di lettura

Quasi 8 tavoli al mese dalla pandemia a oggi. Più o meno 1 ogni 3 giorni lavorativi. Dal 9 marzo 2020, data del primo lockdown italiano, al ministero dello Sviluppo economico (Mise) si sono svolti 152 vertici su aziende in crisi , certificati in altrettanti verbali passati in rassegna dal Sole-24 Ore. Per alcuni dei casi più complessi (Whirlpool, Treofan, Jabil, Bekaert) fino a 7, 8 riunioni spesso senza arrivare a un esito.

Le riunioni in Via Veneto

Centocinquantadue non è dunque il numero delle crisi pendenti al Mise, ma quello delle riunioni che da anni, elemento comune a praticamente tutte le gestioni del ministero senza distinzione politica, vanno avanti con la sfilata di amministratori di azienda e sindacalisti in una liturgia che ha spesso ammiccato ai politici locali e assecondato per qualche ora il rumore dei manifestanti assiepati sotto il monumentale portone di bronzo di via Veneto.
I risultati di questo rito però sono quasi sempre deludenti, come sottolineano anche i sindacati, che non trovano corrispondenza tra i loro monitoraggi e i numeri sulle crisi aperte fornite dal governo: 85 e in diminuzione secondo gli ultimi dati forniti dalla viceministra del ministero dello Sviluppo economico Alessandra Todde, che ha la delega su questa materia.

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Necessario un resoconto

L’elenco con le singole crisi, che aiuterebbe a capire se il calo deriva da soluzioni positive o piuttosto da una chiusura senza esito dei dossier, non viene pubblicato dal Mise. Almeno è stato così fino ad ora. Una direttiva del ministro dello Sviluppo economico Giancarlo Giorgetti, in corso di registrazione alla Corte dei Conti, prevede che «al fine di garantire trasparenza e accessibilità delle informazioni relative alla gestione delle crisi d’impresa» dovrà essere pubblicato sul sito del Mise, ogni 6 mesi, un resoconto sull’attività che dia conto dei tavoli aperti.
Nella stessa direttiva si prova a rimettere ordine a tutta la materia e a dare un perimetro di azione più chiaro alla Struttura di crisi d’impresa il cui coordinamento, dallo scorso luglio, è stato affidato a Luca Annibaletti, commercialista, con trascorsi nelle società di consulenza Deloitte e Ernst & Young.

Istruttoria per capire meglio

Tra luglio e settembre Annibaletti ha coordinato 20 tavoli relativi a 14 aziende, sulla base del materiale ereditato al Mise. Nel frattempo ha però avviato un’istruttoria per capire quali tavoli devono essere effettivamente considerati ancora aperti, quali si è invece erroneamente etichettato come chiusi e fornire di conseguenza un bilancio aggiornato, più scientifico e meno condizionato dalla discrezionalità politica.
La struttura si occuperà di crisi che «giustifichino una trattazione a livello nazionale» in quanto riguardano imprese con almeno 250 dipendenti, inclusi i lavoratori a termine, gli apprendisti e i lavoratori con contratto di part time; oppure imprese localizzate in più di una regione in Italia, la cui crisi può avere impatti significativi sui livelli occupazionali e sul sistema produttivo nazionale; imprese di rilevante interesse nazionale che detengono asset strategici; imprese titolari di marchi storici.

Come vanno conteggiate le crisi

Al di fuori di questo perimetro, vanno conteggiate le crisi aperte dal ministero del Lavoro, quando ci sono procedure formali di licenziamento collettivo, oppure dalle singole regioni per le crisi monoregionali, dove il Mise entra comunque in campo collaborando.
L’apertura di un tavolo può essere richiesta dall’impresa stessa, dai suoi creditori, dai ministeri o dalle regioni, dalle organizzazioni sindacali o le associazioni datoriali. E la chiusura del tavolo dovrà essere chiaramente comunicata sia nel caso di superamento della crisi, salva la possibilità per la struttura di attivare il tavolo di monitoraggio; sia per acclarata impossibilità di arrivare a una soluzione.

La composizione della struttura

La struttura dello Sviluppo economico, incardinata presso il gabinetto del ministro, oltre alla figura del coordinatore si compone di 2 membri del Mise, Chiara Cherubini (segreteria tecnica del ministro) e Marco Cito (ufficio del consigliere diplomatico); 2 membri del ministero del Lavoro, Romolo De Camillis (Dg Rapporti di lavoro e delle relazioni industriali) e Agnese De Luca (Dg Ammortizzatori sociali e della formazione); e uno di Unioncamere, Sandro Pettinato, vicesegretario generale ed esperto di crisi di impresa e di internazionalizzazione.A supporto ci saranno i 10 esperti nominati il 22 settembre da Giorgetti in attuazione di una norma del “decreto rilancio” del 2020 varato dal governo Conte-II.

Il ruolo della struttura

Tra i compiti della struttura e dei consulenti esterni ci sarà anche quello di migliorare quanto fatto finora con risultati piuttosto scarsi, mettere cioè in relazione aziende in crisi e potenziali investitori esteri.Almeno ogni 3 mesi andrà aggiornato il portafoglio di offerte da trasmettere al Comitato per l’attrazione di investimenti esteri, avvalendosi anche di Cassa depositi e prestiti.

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