intervista

Crisi Carige, parla Angeloni (vigilanza Bce): «Nozze via maestra per la banca»

di Isabella Bufacchi


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(ANSA)

10' di lettura

Carige è una «banca di importanza fondamentale per il tessuto economico regionale» e i suoi amministratori straordinari «hanno tutti gli strumenti necessari per affrontare questo delicato momento» e procedere verso il risanamento in modo rapido. Tra questi, l’aggregazione ben vista dalla Bce. A dirlo è Ignazio Angeloni, membro del Consiglio di vigilanza del Meccanismo di Vigilanza Unica e rappresentante della Bce nel Meccanismo di risoluzione (Single resolution board), secondo il quale nel 2019 banche e vigilanza dovranno monitorare da vicino il ritorno dei rischi di mercato, in un anno caratterizzato da inversione del ciclo economico e aumento della volatilità.

Perché la Bce è intervenuta in via precoce ora con la nomina dei commissari straordinari di Banca Carige e qual è l'obiettivo primario di questo intervento d'urgenza, quale la tempistica?
Siamo intervenuti con urgenza per stabilizzare la governance della banca, che era stata compromessa dalle dimissioni della maggioranza degli amministratori fra cui il presidente e l'amministratore delegato. Gli amministratori straordinari hanno tutti gli strumenti necessari per affrontare il momento delicato che la banca sta attraversando dopo la mancata adozione dell'aumento di capitale all'ultima assemblea. La presenza di Modiano e Innocenzi, in particolare, garantisce la necessaria conoscenza della banca e continuità nell'intento di procedere verso il risanamento in modo rapido ed efficace. Il mandato iniziale dato agli amministratori è di tre mesi, prorogabile.

Qual è il percorso virtuoso - agli occhi della Bce - di una banca come Carige volto a ripristinare in tempi rapidi il rispetto dei requisiti patrimoniali, la stabilizzazione della governance per assicurare in modo sostenibile la stabilità? Tra le soluzioni Carige sul tavolo c'è (ci può essere) anche quella di una fusione?
La BCE ha nominato gli amministratori straordinari, ma non si sostituisce né a loro né agli azionisti. Spetta agli organi decisionali della banca trovare le soluzioni migliori per la banca stessa. Carige è di importanza fondamentale per il tessuto economico regionale. La BCE ha suggerito in passato di considerare la possibilità di aggregazione con un altro istituto, per sfruttare sinergie e diversificare meglio i rischi. Spetta agli amministratori e agli azionisti scegliere la via più opportuna nell'ambito del percorso di risanamento. Per quanto ci riguarda, il prossimo passo sarà stabilire per Carige, come per tutte le altre banche che vigiliamo direttamente, i requisiti patrimoniali da soddisfare nel 2019.

Cosa rischia la banca in caso contrario, se i requisiti patrimoniali non saranno soddisfatti in tempi rapidi?
La recente emissione obbligazionaria ha permesso alla banca di soddisfare i requisiti patrimoniali stabiliti per il 2018. Quelli per il 2019 non sono ancora noti ma verranno comunicati nel corso del mese di gennaio. La banca deve essere posta in condizione di produrre utili, attraverso l'elaborazione e l'implementazione di un efficace piano industriale che preveda fra le altre cose un attento controllo dei costi. Ha le risorse e gli strumenti per farlo.

Come vede il 2019? Sarà un anno duro per le banche europee ed in particolare le banche italiane?
Il 2019 potrebbe essere caratterizzato dall'inversione del ciclo economico. Nell'eurozona la crescita continuerà ma potrà rallentare per vari fattori, in parte ricollegabili agli andamenti globali. La grande liquidità e i tassi bassi per un lungo periodo di tempo nelle principali aree monetarie hanno ridotto la volatilità ma le banche centrali sono in fase di graduale ripensamento e questo potrebbe continuare nel corso del 2019. La volatilità dei mercati finanziari è già aumentata. In questo scenario le banche europee, e con esse la vigilanza, dovranno monitorare con particolare attenzione i rischi di mercato, pur continuando nell'opera di riduzione dei rischi di credito.

E le banche, l'SSM e i supervisori, avete gli strumenti adeguati per fronteggiare il ritorno del rischio di mercato nel bilancio delle banche?
Nella vigilanza BCE abbiamo sempre monitorato con attenzione i rischi di mercato (inclusi quelli insiti in strumenti finanziari complessi e non negoziabili), verificando l'efficacia dei controlli interni e imponendo requisiti specifici. Per esempio, svolgiamo ispezioni mirate per verificare che i modelli di rischio siano adeguati, e che le esposizioni di mercato siano classificate correttamente in funzione del loro grado di rischio. Anche per effetto della nostra azione, l'incidenza degli strumenti finanziari più rischiosi nei bilanci delle maggiori banche si è ridotta negli ultimi anni. La nuova fase ciclica potrebbe rendere i fattori di rischio più rilevanti, e favorire fenomeni di contagio che le condizioni di abbondante liquidità degli ultimi tempi avevano scoraggiato. Per controllare i rischi sistemici esiste poi lo strumento macro-prudenziale, che finora non è stato utilizzato adeguatamente.

Di cosa si tratta?
La riforma finanziaria post-crisi ha comportato, in tutti i paesi, la predisposizione di nuovi strumenti per contrastare il rischio sistemico. Uno di essi, la cosiddetta “riserva anticiclica” (“counter-cyclical buffer”), prevede che le banche, soprattutto quelle con rilevanza sistemica, predispongano riserve di capitale quando il ciclo è in crescita per poterlo usare quando il ciclo peggiora. Purtroppo questo strumento, affidato in primo luogo alle autorità macro-prudenziali dei paesi membri ma su cui anche la BCE può intervenire con decisione del suo Consiglio, non è stato utilizzato sufficientemente in questa fase ciclica.

L’assenza o la scarsità del buffer di capitale, la mancanza di una scorta adeguata di queste munizioni per affrontare l'inversione del ciclo, può minare la fiducia degli investitori e quindi l'andamento delle azioni delle banche in Borsa?
Le banche italiane hanno ridotto i crediti deteriorati (NPLs) e hanno aumentato gli accantonamenti a copertura di essi, seguendo le indicazioni della vigilanza europea e dei regolatori. Grazie a questo stanno riconquistando parte della fiducia dei mercati che avevano perso. Negli ultimi tre anni le banche italiane hanno fatto grandi sforzi e, prima dell'allargamento dello spread, grazie al recupero della fiducia degli investitori hanno potuto portare a termine con successo varie ricapitalizzazioni: e non soltanto le due grandi banche, Intesa e Unicredit, ma anche le medie. Mi riferisco naturalmente alla gran parte degli intermediari, prescindendo da specifiche situazioni di debolezza che permangono in alcuni istituti. Ora bisogna andare oltre: abbattere i costi, razionalizzare i modelli di business, anche con l'automazione, e aumentare le redditività. A volte in Italia si parla di una prevenzione della vigilanza contro le banche italiane. È vero il contrario: specie ultimamente negli ambienti della vigilanza europea c'è apprezzamento per il percorso di risanamento che esse stanno facendo.

Le banche italiane hanno sofferto in questi ultimi mesi a causa dell’allargamento dello spread che ha inciso sulla loro esposizione al rischio sovrano e quindi ha eroso il capitale. Quanto pesa lo spread?
Per un sistema bancario che si sta ricapitalizzando, se si torna indietro e si perde capitale, questo non può che essere negativo. L'aumento dello spread incide anche aumentando il costo della raccolta. L'entità dell'impatto dipende da banca a banca. Questo impatto negativo è stato in qualche misura contenuto dalla diversificazione di portafoglio, che ha portato negli ultimi anni alla graduale riduzione dell'incidenza dei titoli di Stato italiani in possesso del sistema bancario, e dallo spostamento dei titoli verso categorie contabili meno sensibili all'effetto spread (titoli detenuti a scadenza). Ma rimane comunque rilevante. La via maestra è abbattere lo spread, che colpisce a cascata, anche attraverso le banche, tutti gli italiani.

Il Consiglio europeo e la Commissione hanno varato riforme finanziarie importanti. Chi si aspettava di più, chi di meno, ne è uscito il solito compromesso: che ne pensa?
Il cosiddetto “pacchetto bancario” è importante. È la prima revisione della legge bancaria in Europa dopo l'Unione bancaria. Era un'occasione per rendere l'assetto giuridico in cui si muovono le banche e la vigilanza più coerente, più armonizzato e quindi più facile. Si poteva fare di più; in alcune cose è un buon pacchetto ma in altre è carente. Trovo positiva la nuova disciplina sulla liquidità, sulla trasformazione delle scadenze, sul leverage. Manca invece uno sforzo coerente verso l'armonizzazione tra Stati e una maggiore semplificazione delle regole. Rimane in molti casi un approccio caso per caso. In alcuni aspetti la situazione peggiora addirittura, perché vengono limitati gli strumenti necessari per una efficace azione di vigilanza.

In che modo peggiora?
Per esempio, vengono introdotte misure per accomodare situazioni e interessi specifici.

Può fare un esempio?
Una disposizione del nuovo pacchetto bancario, ad esempio, riguarda una forma di risparmio amministrato in Francia, che viene facilitata esentandola per legge dalla disciplina della leva finanziaria, dal leverage. Per sua natura, il leverage dovrebbe tener conto di tutta la dimensione del bilancio, senza esenzioni e indipendentemente dal grado di rischio; per questa ragione, ad esempio, i titoli di Stato vi sono inclusi. Esentare per legge parte dell'intermediazione dal leverage è contrario agli standard internazionali. È vero che bisogna trovare un punto di equilibrio tra sistemi di intermediazione e forme di risparmio diverse, alcune delle quali per tradizione diffuse solo in certi paesi, ma è altrettanto necessario procedere con decisione e coerenza verso regole armonizzate per tutto il sistema.

Siamo lontani allora dal traguardo di una piena liberalizzazione e armonizzazione del mercato finanziario e bancario europeo?
Di fatto manca la mobilità dei capitali e della liquidità nei grandi gruppi bancari che operano in più Stati nell'area dell'euro. La Banca Centrale Europea ha spinto affinché si consentisse una maggiore liberalizzazione a questo riguardo nel pacchetto bancario. Non c'è stata. Dopo la crisi finanziaria i singoli Stati hanno innalzato uno steccato, una barriera (“ring fencing”) per trattenere capitali e liquidità nelle banche domiciliate in casa, nonostante in Europa vi sia un'unica vigilanza bancaria. Serve invece una maggiore liberalizzazione, rimuovendo quei divieti che impediscono di allocare in maniera efficiente capitale e liquidità tra Paesi europei; senza questo i costi dell'attività bancaria transfrontaliera salgono. E l'integrazione bancaria non va avanti.

Non potrebbe fare di più anche la vigilanza europea?
Alla vigilanza BCE non siamo regolatori, siamo supervisori. Il regolamento che ha istituito il Meccanismo di vigilanza unico nel 2013 ci ha assegnato compiti e strumenti ma solo all'interno del quadro legislativo. Dobbiamo usare la legge per svolgere i compiti che ci sono stati conferiti. Se la legge consente in un paese una cosa e in un altro paese un'altra, questo pone limiti al nostro operato, e noi non possiamo farci nulla. Bisogna rendere i regolamenti coerenti nei confronti di tutti, superando gradualmente la logica delle norme specifiche e della dimensione nazionale dei sistemi bancari. Inoltre, in alcune aree i margini dell'azione di vigilanza sono stati ristretti ulteriormente dalla stessa legge europea.

Ci può fare un esempio anche di questo?
Gliene farò due. In primo luogo, con la revisione legislativa in atto, peraltro non ancora approvata in tutti i dettagli, sembra si voglia introdurre la possibilità per le banche di soddisfare i requisiti di secondo pilastro (quelli imposti dalla vigilanza in funzione dei rischi specifici) anche con capitale di qualità inferiore, per esempio titoli subordinati. Questo capitale non è in grado di assorbire perdite con la stessa efficacia del CET1 (common equity tier 1), il capitale di primo livello la cui definizione è stata introdotta dopo la crisi proprio per rendere le banche più sicure. Finora la BCE ha sempre richiesto l'uso di CET1; con questa nuova norma torneremmo indietro. Secondo esempio: il legislatore vorrebbe consentire alle banche che vendono rilevanti quantità di crediti deteriorati di non tenere conto delle condizioni di vendita nel valutare gli altri crediti che rimangono in bilancio. La normativa attuale richiede, invece, che l'informazione rilevante venga utilizzata entro margini di flessibilità gestiti dalla vigilanza. Con questa norma (che avrebbe perfino valore retroattivo) non si contribuirà a fare chiarezza nei bilanci bancari. Alla lunga anche il sistema italiano ne soffrirà, invece di avvantaggiarsi.

Il fatto che l'Unione bancaria non stia andando avanti dimostra che ogni Stato pensa per sé, con spirito nazionalista?
L'Unione bancaria è un progetto cooperativo, che persegue l'interesse generale e che può progredire solo con l'impegno di tutti gli paesi dell'area dell'euro oltreché delle istituzioni dell'Unione (Commissione, Consiglio, Parlamento). A volte certe forze politiche sembrano avere difficoltà a riconoscersi in questo progetto, forse sospettando che, in quanto “europeo”, possa essere in contrasto con l'interesse nazionale. A loro va ricordato che l'Unione bancaria è stata concepita in primo luogo per ridurre i rischi dei depositanti e dei contribuenti. In Italia esistono oltre 40 milioni di depositanti e 40 milioni di contribuenti, senza contare che tutti i cittadini contribuiscono con le tasse indirette. L'Unione bancaria è quindi nell'interesse di tutti, ovvero, se si preferisce, di quello che possiamo chiamare il “popolo”. Al meccanismo di vigilanza unico la collettività delega il compito di sorvegliare le banche nell'interesse generale. Istituzioni indipendenti, con mandato specifico, non sfuggono all'ordinamento democratico, ma ne sono parti integranti.

Cosa pensa della nuova legge che definisce il backstop dell’ESM per il Fondo unico di risoluzione bancaria in Europa (Single Resolution Fund)?
Il backstop, per svolgere la funzione di prestatore di ultima istanza, dovrebbe essere illimitato. Invece esso avrà la stessa dimensione del Fondo di risoluzione unico, pari a 60 miliardi. Oltre a essere insufficiente, il backstop vedrà la luce gradualmente ed è vincolato da condizionalità: sarà dunque debole, probabilmente insufficiente a rassicurare i mercati. Negli Usa il fondo di risoluzione dispone di una linea di credito con il Tesoro Usa, per intenderci. In Europa entrerà in azione, dopo che il Fondo di risoluzione ha esaurito le sue risorse, con uno stretto limite al suo utilizzo.

Ed EDIS? Nessun progresso è stato fatto sulla garanzia unica sui depositi.
L'assicurazione europea sui depositi è purtroppo ferma. È l'ulteriore dimostrazione che il progetto iniziale di Unione bancaria si è fermato a metà. Negli anni a venire sarà necessario trovare un nuovo impulso per perseguire la finalità di fondo: limitare il più possibile l'onere per i contribuenti e rendere sempre più sicuri i depositi bancari nell'intera area dell'euro.

Brexit: sarà il cigno nero della vigilanza bancaria nel 2019 nel caso di no-deal Brexit?
La vigilanza bancaria europea è impegnata in questo momento su due fronti: le banche europee con una presenza a Londra e le banche extra-europee che usano il passaporto europeo per servire da Londra i clienti dell'Europa continentale. Alle prime abbiamo detto che non accetteremo il cosiddetto “back-branching” ovvero l'utilizzo di filiali a Londra, talvolta molto attrezzate e molto grandi, per operare con la clientela europea: altrimenti non potremmo controllare adeguatamente i rischi che le nostre banche corrono attraverso quelle filiali. Alle seconde chiediamo che stabiliscano una presenza reale, non solo formale, sul continente europeo. Questo significa strutture adeguatamente dimensionate, capacità manageriali, controllo dei rischi adeguato, requisiti prudenziali, eccetera. In sostanza, tutto quello che serve per dare luogo a una realtà bancaria solida.

E la mina dei derivati post-Brexit?
Nel caso di no deal-Brexit, il clearing dei contratti derivati a Londra potrà continuare senza interruzioni, sia pure per un periodo limitato di tempo: lo ha deciso recentemente la Commissione europea, annunciando un periodo transitorio di un anno. Analogamente, la Commissione ha deciso di adottare misure per assicurare, senza interruzione, la fornitura dei servizi di custodia titoli dal Regno Unito, per un periodo transitorio di due anni.

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