Industria

Crisi dell’acciaio, Arcelor Mittal accelera sulle cessioni

In Italia si attende il giudizio del Riesame sulla possibilità di tenere acceso l’altoforno 2 dell’ex-Ilva di Taranto

Ilva, commissari e ArcelorMittal firmano un accordo di base

3' di lettura

Mentre in Italia si attende il giudizio del Riesame, il 30 dicembre, per sapere se si potrà tenere acceso l’altoforno 2 dell’ex-Ilva, il gruppo franco-indiano ArcelorMittal alle prese con la crisi dell’acciaio mondiale continua piano cessioni. ArcelorMittal ha infatti annunciato la cessione di metà della filiale Global Chartering Limited (GCL) a DryLog, con cui costituirà una co-impresa.

Cassa per 530 milioni
L’operazione avrà un impatto finanziario positivo per ArcelorMittal di 530 milioni di dollari sull’indebitamento netto: 400 milioni di dollari al closing, previsto entro fine anno, e altri 130 a inizio 2020. La decisione fa parte di un vasto piano di cessioni da circa 2 miliardi di dollari, da completare entro metà 2021. ArcelorMittal punta a far diventare la nuova società, insieme a Drylog, «un attore importante dell'industria del trasporto marittimo internazionale».

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In Italia si attende il Riesame
Intanto in Italia il preaccordo raggiunto da ArcelorMittal e Ilva in amministrazione straordinaria - e col quale le parti hanno ottenuto l'aggiornamento al 7 febbraio dell'udienza al Tribunale di Milano - viene giudicato da Taranto né più, né meno, che una tregua per far proseguire a gennaio la trattativa e vedere se si arriva ad un'intesa piena.

La tregua, però, va già incontro ad alcuni immediati momenti di verifica che potranno rafforzarla oppure indebolirla sino a farla saltare. Il primo banco di prova è il Tribunale del Riesame di Taranto che il 30 dicembre esaminerà il ricorso col quale Ilva ha impugnato la mancata proroga del giudice Francesco Maccagnano per gli ulteriori lavori di messa in sicurezza dell'altoforno 2. Se il Riesame annullerà il no di Maccagnano e riconsegnerà ad Ilva l'uso dell'impianto, oltre a fermare il cronoprogramma di fermata e spegnimento già avviato da sabato scorso, si avrà anche un riflesso positivo sul negoziato.

Altrimenti, l'altoforno 2 dovrà essere spento, il siderurgico si ritroverà con un altoforno in meno sui tre ora operativi e si correrà anche il rischio di bloccare gli altri due, l'1 e il 4, visto che hanno le stesse caratteristiche del 2. Senza sottovalutare l'impatto pesante che tutto questo avrà sulla trattativa.

Cantiere Taranto
Alle sorti dell'altoforno si aggiunge poi il clima di forte diffidenza che c'è a Taranto sia sul percorso del negoziato, che sulle misure del decreto legge “Cantiere Taranto” - per ora solo in bozza visto che dovrebbe essere approvato a gennaio - voluto dal premier Giuseppe Conte. «C'è troppo poco ancora nel memorandum per poter esprimere giudizi compiuti - dichiara il sindaco Rinaldo Melucci -. Bene che riparta concretamente un negoziato, ma tutte le parti sanno ormai che pastrocchi non sono tollerabili. Accordi al ribasso vedranno una reazione convinta dell'intera comunità».

«Il preaccordo serve solo a guadagnare tempo per la trattativa - osserva Antonio Marinaro, presidente di Confindustria Taranto - e dove questa ci condurrà non lo sappiamo. Anche perché il territorio e le sue istituzioni per ora non sono coinvolti. Quando arrivò ArcelorMittal pensavamo di aver messo un punto fermo con un grande investitore privato, adesso, invece, tutto è rimesso in gioco. Molti i nodi da sciogliere. L'indotto -appalto è in allarme. Non ci interessa solo il pagamento puntuale delle fatture ma la prospettiva».

La valutazione sanitaria-ambientale
All'obiettivo, dichiarato dalle parti, di riportare il siderurgico ad una produzione di 8 milioni di tonnellate, dalla città si risponde segnalando che prima va fatta la Valutazione integrata dell'impatto sanitario e ambientale per vedere se l'incremento è compatibile. Per il sindaco, nel memorandum «non una traccia sulla valutazione del danno sanitario». Mentre il sindacato alza il muro a fronte di possibili esuberi. «Non siamo e non saremo disponibili a trattare esuberi strutturali», afferma la Uilm, che apre solo a «misure straordinarie, tra cui l'estensione dei benefici legati all'esposizione all'amianto». Questo per accedere a nuovi pensionamenti e ridurre in modo indolore la forza lavoro.

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