Sale in zucca

Crisi dell’auto, rileggiamo Agnelli per sognare la ripartenza

Il settore sembra in caduta libera. Le parole dell’Avvocato possono darci qualche speranza per la ripresa post-Covid

di Giancarlo Mazzuca

(Myvector - stock.adobe.com)

2' di lettura

Le notizie sul versante economico sono preoccupanti: anche se molti analisti continuano a fare finta di niente o quasi, la situazione congiunturale dell'Italia si sta aggravando e i segnali d'allarme si moltiplicano a cominciare dallo spread che sta schizzando in alto. Soprattutto nel settore dell'auto il quadro si sta facendo nero tanto che la Federmeccanica, le imprese del settore ed i sindacati hanno appena fatto fronte comune per denunciare al governo i gravi rischi che sta correndo il comparto a causa, in particolare, delle incognite legate alla transizione all'elettrico se non sarà ben gestita.

A rischio 60mila posti di lavoro nel settore auto

È stato quindi lanciato un appello corale al premier Draghi invitandolo a intervenire in quella che viene definita «un'emergenza» dai diretti interessati. Le cifre parlano chiaro: nei prossimi anni, oltre 60mila posti di lavoro nel settore potrebbero volatizzarsi se verranno confermati i tempi fissati dalla Ue per mandare in pensione le auto a diesel e a benzina.

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Già ora, peraltro, si avvertono i segnali di una drastica cura dimagrante perché l'Italia sta perdendo quota nella classifica europea dei Paesi produttori d'auto: dove retrocederemo dal secondo posto continentale? Una situazione che potrebbe diventare ancora più precaria a causa dell'impennata dell'inflazione, con i prezzi della benzina che hanno ripreso a correre.

Ma dobbiamo, comunque, essere ugualmente un po' ottimisti perché il premier Draghi - dopo la parentesi del Quirinale che l'aveva coinvolto con tutte le voci sulla sua possibile salita al Colle – sembra aver ripreso saldamente in pugno le redini del governo e si è subito concentrato sui tanti problemi sul tappeto e nel pacchetto degli interventi ci sarà, prima o poi, anche l'auto.

Cosa ci insegna la storia della Fiat

D'altra parte, è sufficiente rileggere la storia della Fiat - prototipo di quelle quattroruote «made in Italy» che oggi sono internazionali e si chiamano Stellantis -, per essere un po' sereni: il gruppo è sempre stato, in effetti, capace di risollevarsi dalle cadute del mercato. Accadde anche negli anni Ottanta quando gli italiani, finita la recessione, riscoprirono la casa torinese come ai tempi del lancio delle 600. La Fiat riuscì così a cambiare immediatamente rotta passando dalle perdite dei tempi bui (mille miliardi di lire) ai profitti di tremila miliardi realizzati con il nuovo boom dell'auto.

E il presidente Gianni Agnelli, il mitico Avvocato, commentò subito quella grande ripresa: «Abbiamo abbondantemente praticato la cultura sociale negli anni Settanta ed è stato un errore. Poi siamo per fortuna tornati alla cultura del profitto». Un fortissimo recupero, quello della Fiat, come già era successo anche prima: speriamo che quel vessillo della cultura del profitto possa tornare oggi a sbandierare un po' dappertutto a dispetto delle tante retromarce innestate dal Covid e non solo.


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