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Crisi Iran, il ruolo della Santa Sede e i rapporti con la Siria e gli sciiti

La diplomazia vaticana, ufficiale e non – si pensi a tutti gli incontri promossi dalla Comunità di Sant’Egidio - è sempre stata molto attenta al mondo sciita

di Carlo Marroni

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(Afp)

La diplomazia vaticana, ufficiale e non – si pensi a tutti gli incontri promossi dalla Comunità di Sant’Egidio - è sempre stata molto attenta al mondo sciita


4' di lettura

Papa Francesco va dritto al punto: le tensioni gravi tra Usa e Iran «rischiano anzitutto di mettere a dura prova il lento processo di ricostruzione dell’Iraq, nonché di creare le basi di un conflitto di più vasta scala che tutti vorremmo poter scongiurare». Nel lungo discorso annuale al corpo diplomatico accreditato presso la Santa Sede Bergoglio rinnova l’appello perché tutte le parti interessate evitino un innalzamento dello scontro e mantengano «accesa la fiamma del dialogo e dell’autocontrollo», nel pieno rispetto della legalità internazionale.

Il filo diretto con Teheran
Parole che risuonano in ogni conflitto, ma che per l’escalation in Iran hanno un significato molto particolare («il nuovo anno non sembra essere costellato da segni incoraggianti, quanto piuttosto da un inasprirsi di tensioni e violenze»), visto che la diplomazia vaticana, ufficiale e non – si pensi a tutti gli incontri promossi dalla Comunità di Sant’Egidio - è sempre stata molto attenta al mondo sciita, e che in questo pontificato (ma anche in quello precedente) ha visto canali di dialogo molto intensi, culminato nella visita di quattro anni in Vaticano del presidente Hassan Rohani.

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Non solo: due mesi fa il cardinale Ayuso Guixot, che guida le relazioni interreligiose della Santa Sede (e prima di lui aveva iniziato il defunto cardinale Tauran, uno dei più abili diplomatici vaticani), è volato a Teheran per l’undicesimo incontro con l’omologa istituzione islamica, a conferma che Oltretevere si è sempre guardato all’Iran come fattore di stabilizzazione dell’area sin dall’avvio della relazioni diplomatiche nel 1954 e mai interrotte. In questo senso quindi l’inasprimento progressivo avviato da Trump contro l’accordo sul nucleare è sempre stato visto con grande preoccupazione dalla Segreteria di Stato, che a Teheran è rappresentata dal nunzio Leo Boccardi, che già all’indomani dell’uccisione di Qassem Suleimani aveva detto che «le regole del diritto devono essere rispettate».

Uno sforzo per la pace iniziato contro l’escalation in Siria
Ora per Bergoglio la questione si fa più ampia, e il rischio è quello di un conflitto di vasta scala, che si diffonda nell’intera regione e faccia esplodere lo scontro tra il mondo sciita – notoriamente vicino alla Russia – e quello sunnita, che si riconosce nell’Arabia Saudita, alleata degli americani ma solo quando Washington se ne interessa direttamente (non è accaduto per la Libia, per esempio). In questo quadro fluido il Papa gioca una sua partita, anche pubblicamente, come fece nel settembre 2013 per scongiurare lo strike americano in Siria orami pronto a partire, decretando una giornata di digiuno e preghiera.

Forse a fermare gli F-16 fu l’effetto congiunto delle pressioni di Mosca su Damasco ad aprire i confini all’ispezione sulle armi chimiche, ma resta comunque un atto di grande forza quello di Bergoglio. Che in qualche modo viene sommato alle azioni diplomatiche più discrete, e molto efficaci, per gli accordi tra Cuba e Usa e quello della pacificazione interna in Colombia (sul Venezuela i tentativi sono stati finora stoppati dall’ala dura del regime).

L’accordo di Abu Dhabi con i sunniti per la pace e Gerusalemme
L’opzione “sciita” certo non ha bloccato anche il forte dialogo con il mondo islamico sunnita (che sotto Ratzinger si era fermato): dopo il viaggio in Egitto del 2017 lo scorso anno è stato negli Emirati Arabi Uniti, prima visita di un Successore di Pietro nella Penisola arabica. Ad Abu Dhabi è stato firmato con il Grande Imam di Al-Azhar Ahmad al-Tayyib il Documento sulla Fratellanza Umana per la pace mondiale e la convivenza comune. Si tratta di un testo importante, volto a favorire la mutua comprensione tra cristiani e musulmani e la convivenza in società sempre più multietniche e multiculturali, poiché nel condannare fermamente l'uso del «nome di Dio per giustificare atti di omicidio, di esilio, di terrorismo e di oppressione».

Non solo: in Marocco, sempre nel 2019, con il Re Mohammed VI ha sottoscritto un appello congiunto su Gerusalemme, «riconoscendo l’unicità e la sacralità di Gerusalemme / Al Qods Acharif e avendo a cuore il suo significato spirituale e la sua peculiare vocazione di Città della Pace». Un segnale forte di sostegno del processo di pace israelo-palestinese.

L’appello per la Siria, lo Yemen e la Libia
Ma non c’è solo l’Iran, naturalmente, e altre zone del medio oriente e Mediterraneo sono in crisi. «Mi riferisco – ha detto il Papa agli ambasciatori - anzitutto alla coltre di silenzio che rischia di coprire la guerra che ha devastato la Siria nel corso di questo decennio. È particolarmente urgente trovare soluzioni adeguate e lungimiranti che permettano al caro popolo siriano, stremato dalla guerra, di ritrovare la pace e avviare la ricostruzione del Paese».

E poi lo Yemen, che vive una delle più gravi crisi umanitarie della storia recente, in un clima di generale indifferenza della Comunità internazionale, e alla Libia, «che da molti anni attraversa una situazione conflittuale, aggravata dalle incursioni di gruppi estremisti e da un ulteriore acuirsi di violenza nel corso degli ultimi giorni. Tale contesto è fertile terreno per la piaga dello sfruttamento e del traffico di essere umani, alimentato da persone senza scrupoli che sfruttano la povertà e la sofferenza di quanti fuggono da situazioni di conflitto o di povertà estrema. Tra questi - ha ricordato Bergoglio -, molti finiscono preda di vere e proprie mafie che li detengono in condizioni disumane e degradanti e ne fanno oggetto di torture, violenze sessuali, estorsioni».

I “conflitti dimenticati”
Infine ci sono quelli che il Papa chiama i «conflitti congelati» che persistono nel continente, alcuni dei quali ormai da decenni, e che «esigono una soluzione, a cominciare dalle situazioni riguardanti i Balcani occidentali e il Caucaso meridionale, tra cui la Georgia. In questa sede vorrei, inoltre, esprimere l’incoraggiamento della Santa Sede ai negoziati per la riunificazione di Cipro, che incrementerebbero la cooperazione regionale, favorendo la stabilità di tutta l’area mediterranea, nonché l’apprezzamento per i tentativi volti a risolvere il conflitto nella parte orientale dell’Ucraina e porre fine alla sofferenza della popolazione». In tutto questo quadro «la pace e lo sviluppo umano integrale sono infatti l’obiettivo principale della Santa Sede nell’ambito del suo impegno diplomatico».

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