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Crisi, l’ultimatum di Mattarella: senza il nome per l’incarico si va a votare

Il Quirinale asseconda la richiesta di maggiore tempo avanzata dai gruppi parlamentari, ma entro mercoledì toccherà arrivare a una sintesi: o governo retto da M5S e Pd o riappacificazione tra Di Maio e Salvini. In alternativa, il ritorno alle urne. Ma per il presidente della Repubblica «è una decisione da non assumere alla leggera»

di Lina Palmerini


Mattarella: governi con fiducia o voto

3' di lettura

Aveva promesso un’accelerazione dei tempi per una soluzione rapida della crisi e questa è la piega che Sergio Mattarella ha dato all’esito del primo giro delle consultazioni. In estrema sintesi o mercoledì le forze politiche - in primis Pd e 5 Stelle - forniranno il nome del premier per formare un nuovo Governo oppure scioglierà le Camere per indire le elezioni nelle prime settimane di novembre. Dunque cinque giorni di tempo visto che martedì comincerà il secondo giro con i partiti - che si concluderà il giorno dopo - e subito si tireranno le somme.

Tempo in più perché questa è la richiesta che è arrivata dai leader ed è su questo punto che Mattarella ha voluto spiegare anche la doppia interlocuzione che è in corso distinguendo tra le «iniziative che sono state avviate per un’intesa in Parlamento» e «la possibilità di ulteriori verifiche» che gli è stata rappresentata da altre forze. In sostanza, le prime riguardano l’avvio del dialogo tra Zingaretti e Di Maio mentre le «verifiche» sono quelle di cui ha parlato Salvini non solo nel colloquio riservato con il capo dello Stato ma anche pubblicamente all’uscita quando ha rilanciato la palla ai 5 Stelle. «Se i no dovessero diventare sì» aveva detto il segretario della Lega aggiungendo anche il «buon lavoro fatto da Di Maio».

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Alla luce di questo lavoro in corso tra i partiti e con la richiesta dei 5 Stelle di incontrare una delegazione Pd, ha concesso margini - pochi - per non chiudere subito le porte di questa legislatura. «Il presidente della Repubblica ha il dovere, ineludibile, di non precludere l’espressione di volontà maggioritaria del Parlamento per la nascita del governo che si è appena dimesso. Al contempo ho il dovere di richiedere nell’interesse del Paese decisioni sollecite». Cos’è che richiede un’accelerazione? Due circostanze. La prima: il ruolo che l’Italia deve avere ora, con l’avvio della vita delle istituzioni europee. La seconda: le incertezze, politiche ed economiche, a livello internazionale. «A fronte di queste esigenze - ha detto Mattarella - sono possibili soltanto governi che ottengano la fiducia del Parlamento su un programma per governare il Paese. In mancanza di queste condizioni la strada da percorrere è quella di nuove elezioni».

Così mette l’opzione delle urne sul tavolo che – dice - «è una decisione da non assumere alla leggera» ma che diventa un ulteriore elemento di pressione sui partiti, oltre quello della rapidità, per dare un esito a una crisi che potrebbe trascinarsi tra trappole contrapposte e giochi tattici come quelli che si sono visti giovedì 22 agosto nella triangolazione dei 5 Stelle con il Pd e con la Lega. Anche sull’esito delle trattative fa capire che sarà esigente e che non accetterà governicchi o maggioranze risicate ma che vorrà verificare la solidità degli accordi e soprattutto entro mercoledì vorrà avere il nome del premier mentre sulla riforma costituzionale sul taglio dei parlamentari c’è l’esigenza di ripensare alla legge elettorale. Fissa quindi la scadenza ultima di una decisione che sarebbe drammatica, alla luce della Costituzione ma pure dell’esito delle precedenti crisi che in passato hanno prodotto più cambi di Governi che elezioni anticipate. E nel suo intervento, nel passaggio in cui parla della «dichiarata rottura polemica» di questa maggioranza, lascia intendere che sarà un Esecutivo di garanzia a portare l’Italia al voto. La parola passa di nuovo ai partiti ma è iniziato il conto alla rovescia.

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