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Crisi senza fine per ThyssenKrupp, anche Ast Terni di nuovo sul mercato

Il ceo Martina Merz annuncia i piani per ridurre ulteriormente il perimetro del gruppo - Coinvolte le divisioni Marine, Material services e steel europe - L’ad di Ast, Burelli: «verranno valutate tutte le opzioni»

di Matteo Meneghello

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(© Rupert Oberhäuser/imageBROKER)

Il ceo Martina Merz annuncia i piani per ridurre ulteriormente il perimetro del gruppo - Coinvolte le divisioni Marine, Material services e steel europe - L’ad di Ast, Burelli: «verranno valutate tutte le opzioni»


4' di lettura

Ci risiamo. Acciai speciali Terni torna sul mercato. È durata poco meno di due anni la strategicità del sito italiano all’interno del gruppo di Essen, dopo anni passati a cercare invano un compratore. ThyssenKrupp punta a un partner o una vendita per il sito ternano, il principale polo italiano per l’acciaio inossidabile. Il gruppo tedesco, zavorrato da difficoltà finanziare che nemmeno la cessione dell’intera divisione degli ascensori per 17,2 miliardi (in corso di perfezionamento) ha arginato, ha rimesso mano al piano industriale e il ceo Martina Merz ha comunicato la decisione di cedere anche la divisione Marine (per la quale si parla di una trattativa con Fincantieri), di verificare possibili soluzioni di consolidamento per l’acciaio oltre che di nuove prospettive per la divisione Material services, cui Ast appartiene. Nessun coinvolgimento, invece, per l’altra controllata, Berco, che rientrerebbe in un perimetro di valorizzazione.

«Per Ast al momento abbiamo una sola certezza - ha spiegato l’amministratore delegato, Massimiliano Burelli, in una letera ai dipendenti -: verranno valutate tutte le opzioni capaci di garantire crescita e sviluppo a un’azienda come la nostra, che negli ultimi anni ha dimostrato di essere competitiva sul mercato e in grado di migliorarsi costantemente, anno dopo anno». Concetto ripreso dalla stessa Ast in una nota ufficiale. «La nuova strategia - si legge - prevede l’individuazione delle soluzioni migliori per ogni singola azienda, tra cui Ast, poiché Thyssenkrupp ritiene che al di fuori del proprio perimetro potrebbero esserci opzioni migliori, in grado di rilanciare queste diverse attività. Tutte le opzioni saranno valutate con la massima attenzione, avendo come obiettivo quello di garantire lo sviluppo e la crescita».

Si tratta di un ritorno alla linea che ThyssenKrupp ha sempre tenuto per almeno quattro anni, a partire dal 2014 - da quando, cioè, per ragioni legate all’antitrust, aveva dovuto riacquistare dalla finlandese Outokumpu l’asset, ceduto insieme all’intera divisione inox del gruppo - la non strategicità di Ast. A quell’epoca l’azienda era in crisi, costretta a ricorrere a un maxipiano di incentivi all’esodo per gestire esuberi e raddrizzare i conti, appesantiti anche da un lungo sciopero dei lavoratori, che l’avevano costretta a un fermo produzione durato 36 giorni. Da allora lo scenario è radicalmente cambiato. In questi anni l’azione dei due amministratori delegati italiani che si sono succeduti alla guida dell'azienda umbra, prima Lucia Morselli e poi Massimiliano Burelli, ha rivitalizzato il business, con il ritorno in utile negli ultimi due anni e il raggiungimento degli obiettivi del piano industriale. Nell’ultimo anno, complici anche le difficoltà del mercato, c’è stato un peggioramento degli indicatori, con il settore esposto alla concorrenza di importatori extraeuropei. L’emergenza Covid-19 ha poi cambiato ulteriormente lo scenario, con tutto il comparto siderurgico in grave crisi. Per il sindaco di Terni Leonardo Latini «le decisioni di Thyssenkrupp sono molto preoccupanti perché mettono di nuovo in discussione le prospettive del sito industriale ternano, che di fatto viene posto sul mercato, senza alcuna effettiva garanzia sul suo futuro». Un’azienda, l'Ast, che ha alle spalle 136 anni di storia e attualmente poco più di 2.300 dipendenti, con un risultato passato dall’utile di 98 milioni di euro dell'anno fiscale 2017-2018 alla perdita di 1,8 milioni del 2018-2019.

Per quanto riguarda eventuali prospettive di vendita, negli ultimi anni Marcegaglia aveva apertamente manifestato l’interesse per l’asset, mentre rumors segnalavano anche movimenti di Arvedi. Il trasformatore mantovano aveva ribadito il suo interesse circa un anno fa. L’acciaieria di Terni, aveva spiegato al Sole 24 Ore Antonio Marcegaglia «è italiana e sinergica al nostro business - prosegue -, un’integrazione avrebbe chiare ragioni industriali».

Resta da capire se questo giudizio resti valido in un contesto nuovo come quello post Covid-19. ThyssenKrupp ha in mente soluzioni diverse non solo per l’acciaio inossidabile di Ast, ma anche per la divisione siderurgica, quella relativa ai prodotti piani al carbonio, per la quale era fallita l’anno scorso l’ipotesi di scissione e fusione con Tata steel, a causa del giudizio negativo sull’operazione da parte dell’antitrust europeo. La società ha spiegato che la sovracapacità in Europa è strutturale e «perciò Thyssenkrupp sta verificando possibili soluzioni di consolidamento per l'acciaio ed è aperta a tutte le opzioni». La necessità di un consolidamento nel settore dell'acciaio si «è resa ancora più necessaria alla luce dell'emergenza coronavirus» ha sottolineato. Lo scorso anno era fallita la fusione tra l'indiana Tata e il comparto acciaio di Thyssenkrupp per un veto della Commissione Ue. Secondo indiscrezioni, il dialogo con Tata non si è mai interrotto in questi mesi; alla finestra anche la svedese Ssab e i cinesi di Baosteel, mentre i sindacati premono per una soluzione con l’altro player tedesco del settore, Salzgitter.

In febbraio Thyssenkrupp (l'indebitamento finanziario è di 7,1 miliardi di euro) ha trovato l'accordo per vendere a 17,2 miliardi di euro la sua divisione ascensori. Grazie alla vendita di questa divisione, la più redditizia del gruppo, Thyssenkrupp puntava a una «nuova partenza», finanziando il suo piano di ristrutturazione. La pandemia però ha ridotto la produzione «in tutti i settori di attività» e costretto alla chiusura temporanea di molti stabilimenti a causa del «calo della domanda». Si tratta di elementi che peseranno tutti finanziariamente sul gruppo, che ha messo in cassa integrazione 30mila dipendenti nel mondo e non esclude un aumento di questo numero nelle prossime settimane. Il gruppo dovrebbe ora ricevere un miliardo di euro di prestiti garantiti dallo Stato tedesco, proprio per sostenere la necessità di cassa prima della chiusura del deal sugli ascensori.

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