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Crisi subprime / James “Jamie” Dimon, JP Morgan Chase

(REUTERS)

Un altro «protagonista» di quei giorni è James, “Jamie” Dimon, presidente e ceo di JPMorgan Chase, al timone dal 2000 di una “big four” americane. Anche lui è ancora alla guida della potente banca, aiutata all'epoca dalla Fed, per uscire dai mari in tempesta della crisi subprime. Figlio di immigrati greci, democratico, neworkese, per anni – 2006, 2008, 2009, 2011 – è nella lista delle 100 persone più influenti del mondo stilata dal settimanale Time. Nel 2008, quando scoppia la crisi dei mutui, Dimon è seduto anche nel board della Federal Reserve. Si parla di lui come uno dei candidati per la guida del Dipartimento del Tesoro negli anni di Obama per prendere il posto di Henry Paulson voluto da George W. Bush. Carica che poi, nel 2009, finì a Timothy Geithner. Sotto la sua guida JPMorgan Chase è diventata la prima banca americana per asset gestiti e per capitalizzazione di Borsa. Nel 2008 JP Morgan acquisì la banca d'affari Bear Stearns, la prima a fallire sotto il peso dei mutui subprime. JP Morgan ottenne aiuti pubblici per 30 miliardi di dollari dalla Fed per riuscire nel salvataggio ed evitare l'effetto contagio. A distanza di quasi dieci anni, Jamie Dimon è ancora al timone di JP Morgan, come il suo amico e collega Blankfein, con cui condivide fortune di carriera e, per uno scherzo della sorte, pure le malattie: nel 2014 gli è stato diagnosticato un tumore alla gola. Nello stesso anno si è sottoposto a otto cicli di chemioterapia. Donald Trump una volta disse di lui «che è il peggiore banchiere americano». Ma nonostante le parole del presidente, Dimon è uno dei principali ceo beneficiari dell'ondata rialzista del Dow Jones degli ultimi mesi: si stima che dall'elezione di Trump il suo portafoglio personale si sia arricchito di altri 50 milioni di dollari. Senza contare il ricco bonus in arrivo a fine anno.

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