Intervista

Crisostomo e Starace: «Pandemia sconfitta con la sostenibilità. Piano Enel a 10 anni»

L’ad: «C’è dibattito ma la Ue accelera sul Green deal: il recovery fund sosterrà iniziative green e digitali». Il presidente: «Criteri Esg anche nei requisiti delle banche: così si liberano risorse per le imprese virtuose»

di Laura Serafini

Rinnovabili, Starace: Covid non può che accelerare la transizione

L’ad: «C’è dibattito ma la Ue accelera sul Green deal: il recovery fund sosterrà iniziative green e digitali». Il presidente: «Criteri Esg anche nei requisiti delle banche: così si liberano risorse per le imprese virtuose»


8' di lettura

«Il Covid-19 sta accelerando il percorso verso la sostenibilità. L’Unione europea sta ragionando su un Recovery fund da mille miliardi vincolando i fondi al green package e alla digitalizzazione. Sprecare questa crisi per tornare indietro sarebbe una follia. Questa pandemia ha dimostrato che le imprese sostenibili sono più resistenti». Lo afferma l’ad di Enel, Francesco Starace, che annuncia un nuovo piano industriale su base decennale e una nuova stagione di acquisizioni, a partire dal settore dei pagamenti. Un percorso condiviso con il neo presidente, Michele Crisostomo, che sollecita regole prudenziali per le banche e modelli interni in grado di includere gli obiettivi Esg. «Una rete unica per la fibra? Bisogna lavorare sul modello Open Fiber, aperto e coerente con le regole della concorrenza», chiosa il presidente.

Secondo alcuni la ripresa in questa fase richiede un sacrificio della sostenibilità, perché onerosa. Il settore dell’auto, ad esempio, è in ginocchio chiede alla Ue di rinviare i target per la transizione all’elettrico. Questa contrapposizione è risolvibile?

Starace. Penso sia normale che in qualunque transizione chi si trova dalla parte sbagliata del cambiamento provi a resistere. Frans Timmermans, vice presidente della Commissione europea, ha però osservato che non possiamo fare l’errore della crisi del 2008-2010, quando sono stati messi in campo molti fondi per far ripartire un sistema che già sapevamo doveva essere cambiato. Non sprechiamo questa opportunità e anzi approfittiamo per accelerare il cambiamento visto che i soldi ci sono. Sul fronte del Green new deal in Europa vedo questa accelerazione. Si stanno mettendo in campo i fondi del Recovery fund condizionandoli a iniziative che abbiano tre criteri: rientrino nel green package, abbiano un alto contenuto di digitalizzazione e creino posti di lavoro. Posso capire che un’azienda automobilistica che ha ampie scorte di auto tradizionali invendute chieda un anno di tempo. Sarebbe però una follia, dopo aver venduto quelle auto, ritornare a produrle allo stesso modo.

Sul Recovery fund, però, siamo solo ai primi segnali di un accordo e nella Ue le resistenze non mancano.

Starace. Nell’ultima crisi abbiamo aspettato tre anni, abbiamo lasciato esplodere la crisi della Grecia e poi è partito un dibattito in Europa. Questa volta sono passati tre mesi, i primi 540 miliardi sono stati messi in campo e ora si ragiona su ulteriori 1000 miliardi. L’Italia da sola ha stanziato un pacchetto da 55 miliardi. Tutto può essere criticabile, ma è indubbio che rispetto ad altre fasi è un altro passo. Questa volta l’economia non è distrutta come in passato da una tossina endogena del sistema finanziario. Oggi il sistema funzionava ed è stato inceppato dal virus.

Resta però il rischio che la crisi si propaghi alle banche con i crediti deteriorati. Le Autorità hanno temporaneamente ammorbidito i vincoli prudenziali. Ma il Comitato di Basilea ha già cominciato a ragionare su nuove misure per prevenire i rischi legati ai cambiamenti climatici. Presidente lei è esperto del settore bancario, quali prospettive vede?

Crisostomo. Anche se questa volta la reazione è stata molto rapida, le autorità di vigilanza internazionali continuano a ragionare usando gli stessi schemi delle precedenti crisi, allentando la morsa dei requisiti patrimoniali per sostenere il circuito della liquidità. Credo però che sia giunto il momento di andare oltre. Si dovrebbe guardare a come vengono investiti gli impieghi, secondo criteri che le autorità politiche dovrebbero individuare e stimolare in modo che le imprese diventino resilienti, più attrezzate per affrontare crisi non finanziarie e, quindi, più solide. Gli accantonamenti patrimoniali sul fronte delle banche non risolvono il problema di rendere imprese complesse, come Enel e o altre aziende, che sono i borrowers dei prestiti bancari, capaci di affrontare - minimizzando i danni - fenomeni dei quali oggi non si riescono a vedere i contorni, ma che sicuramente potrebbero accadere.

Cosa dovrebbe fare la politica?

Crisostomo. Il supporto agli investimenti dovrebbe partire dal rafforzamento dell’equity e, solo su questo presupposto, dalla leva finanziaria. Gli sgravi fiscali su interventi di efficientamento energetico come l’ecobonus vanno esattamente in questa direzione. Lo Stato investe sulle famiglie e sulle imprese e, nel lungo periodo, l’investimento è ripagato.

Starace. Abbiamo elaborato un’iniziativa sottoposta al vicepresidente della Commissione, Vladis Dombrovskis, nella quale proponiamo alla Commissione di creare un fondo europeo per acquistare corporate bond vincolati a impegni Esg legati alla sostenibilità, che molte aziende stanno già adottando nei loro piani. (Enel ha già lanciato bond di questo tipo dal settembre scorso, ndr).

Crisostomo. Questo tipo di approccio dovrebbe entrare anche nei modelli di rating delle banche. Non si tratta solo di modellizzare i rischi legati, ad esempio, al climate change, ma piuttosto di premiare, con requisiti patrimoniali più bassi e quindi con un costo del debito ridotto, le imprese che, investendo in prospettiva green, diventano più solide. Enel in questo è un benchmark.

Su questi temi il dibattito è molto acceso. Le autorità di vigilanza sono contrarie all'introduzione di un Green o Esg supporting factor cioè uno sconto sugli accantonamenti patrimoniali per gli impieghi destinati a queste iniziative.

Crisostomo. Non è un processo facile e richiederà tempo. Ma è fondamentale avviare il percorso, come già successo in passato per il rischio di credito.

Il modello di business ha protetto Enel dall’effetto Covid-19, confermate investimenti (9 miliardi) e dividendi (3 miliardi) per il 2020. Ma sarà necessario aggiustare i target del piano?

Starace. Cosa cambia andando avanti? Non lo sappiamo completamente, perché l’Italia è il primo paese grande che ha fatto un lockdown serio e poi ha aperto: stanno tutti guardando l’Italia per capire cosa fare o non fare. La digitalizzazione ci ha fatto fare un salto nel tempo di tre anni: in due mesi abbiamo capito quanto la piattaforma che abbiamo costruito ci può portare avanti. Ci siamo convinti che dobbiamo portare avanti gli investimenti e accelerare ancor di più la digitalizzazione: a novembre diremo quali saranno i nuovi target della nostra strategia. Allora sarà chiaro che per le aziende uscite in buona salute da questa crisi nel 2021 si aprirà una fase di opportunità da cogliere. I prossimi mesi ci serviranno per verificare se avremo superato gli effetti dell’impatto economico e le incertezze rispetto all’assetto lavorativo (Enel ha 37 mila dipendenti in smartworking, ndr) e come usciranno dalla pandemia paesi che sono ancora in pieno marasma, come il Brasile e gli Stati Uniti. Se a fine anno questi quesiti saranno, come penso, abbastanza chiariti, a novembre avremo un piano industriale interessante. Quest’anno abbiamo deciso di dare al piano un orizzonte decennale, per definire come vogliamo che sia Enel nel 2030.

Avvierete quindi una nuova stagione di shopping? Nel comparto dei pagamenti (dove entrerete con EnelPay) si può fare un salto dimensionale con acquisizioni?

Direi di sì. Quando costruisci un business basato su una piattaforma che ha decine di milioni di clienti è naturale estenderla a business complementari che possono produrre sinergie. In Colombia abbiamo da circa 15 anni un sistema di carte di debito, sulle quali è caricata la bolletta, che è il più diffuso nel paese. Un modello che possiamo esportare anche in Italia. È una potenziale area trasversale di business nella quale crescere.

Cosa pensa delle misure adottate dal governo, dallo sconto in bolletta per le Pmi all’ecobonus?

Starace. L’iniziativa per le Pmi è una buona idea che verrà replicata in Spagna e ci trova d’accordo. L’intervento del governo è massiccio, anche se ci sarà sempre qualcuno che resta insoddisfatto. Ha comunque punti di forza importanti. L’ecobonus è un intervento che può far partire davvero una mole di investimenti importante nell’edilizia e in generale nell’efficienza energetica in modo virtuoso perché si ripagherà velocemente. Ci può essere un’occasione perduta: si poteva spingere i comuni d’Italia a elettrificare i trasporti pubblici urbani in un arco di 5 anni, visto che l’età media della flotta supera i 10, usando i fondi europei a disposizione.

Presidente, alcuni giornali hanno scritto che lei è stato designato dai 5Stelle in Enel con il mandato di spingere una fusione sulla fibra tra Tim e Open Fiber alla quale si oppone invece l’ad Starace. Come stanno le cose?

Crisostomo. Nel ruolo di presidente di Enel non posso che essere allineato agli interessi della società che rappresento. Per il paese è essenziale avere un operatore di fibra unico che possa consentire la competizione nel sistema rispetto all’infrastruttura. Conviene avere un operatore che faccia investimenti, che consenta di ridurre le marginalità geografiche e sociali nella diffusione della fibra. Enel ha un ruolo da protagonista perché è azionista, insieme a Cdp, di Open Fiber. La cosa giusta, sia per il paese che per Enel, è lavorare su questa configurazione perché possa effettivamente tradursi in un’infrastruttura efficace e coerente con le regole della concorrenza. Enel ha investitori istituzionali nel capitale e non può che muoversi secondo le logiche di mercato. Né il Movimento 5stelle né alcuna altra forza politica ha in alcun modo vincolato il mio mandato di presidente.

Resta il problema delle sovrapposizione delle due reti. Il tavolo con Tim per una rete unica va avanti?

Starace. Non sono due reti, sono decine, di cui tre grandi perché c’è anche Fastweb. I tavoli che non si riuniscono non sono tavoli. Riteniamo che il bene dell’Italia sia la costruzione di una rete in fibra digitale, molto capillare, uniformemente distribuita nel territorio. Questo è l’impegno di Open Fiber e il fatto che sia aperta a chiunque ne faccia richiesta ne è il valore fondante. Rispettiamo però le opinioni di tutti, non dobbiamo imporre il nostro modello. Se qualcuno pensa che sia bene avere una rete in fibra integrata verticalmente anche con un operatore di telefonia e di dati la rispettiamo, ma in questo caso purtroppo le fibre saranno tante.

Presidente, in qualità di avvocato lei ha assistito banche come Mps, Popolare dell’Etruria, Carige, UniCredit e poi Popolare di Bari dal 2013. Per quali operazioni ha fornito consulenze nella gestione della famiglia Jacobini?

Crisostomo. Ho lavorato su molte situazioni di crisi bancaria, anche per soggetti pubblici (Amco) e per le banche di sistema. Ho assistito Popolare di Bari dal 2012, introdotto da una banca d’investimento internazionale, fino al 2018. Non ho invece svolto alcun mandato nel periodo dell’ultima gestione di Vincenzo De Bustis. Ho assistito la Popolare di Bari nell’acquisizione di Banca Tercas (nel 2013, ndr). In quel contesto mi sono occupato anche del ricorso alla Corte di giustizia europea contro la decisione della direzione Concorrenza (che bloccò l’intervento del Fondo interbancario, ndr). Alla fine quel ricorso è stato vinto consentendo salvataggi bancari successivi. Per la Popolare di Bari ho lavorato anche alla prima Gacs nel 2016. Ho assistito Mcc nell’acquisto di una quota del bond subordinato nel salvataggio Carige e da lì ho ottenuto un incarico da Mcc sul progetto di banca pubblica del Sud, che nasce con l’acquisizione della popolare di Bari.

Manterrà questo e altri incarichi durante la presidenza Enel?

Crisostomo.Il ruolo di presidente dell’Enel richiede il massimo delle energie e dell’impegno, cui mi dedicherò senza risparmio. Lo studio Rccd, di cui sono uno dei fondatori, continuerà la sua attività nei settori in cui è specialista.

Per PopBari ha lavorato anche agli aumenti di capitale del 2014 e del 2015 all’origine della multa Consob per le presunte truffe agli azionisti e delle inchieste della procura?

Crisostomo. Rccd ha assistito la banca nella redazione dei prospetti degli aumenti di capitale, senza entrare, come normale, nei rapporti fra la banca e la clientela. Tutt’altro capitolo è quello delle sanzioni, in cui Rccd è intervenuto, assieme ad altri studi legali, nella difesa della banca.

Presidente, quale sarà il suo contributo in Enel?

Crisostomo. L’esperienza professionale mi fornisce strumenti più che adeguati per gestire un cda così sofisticato e attento. Un contributo importante sarà nella prosecuzione del lavoro sulla corporate governance di Enel, che è già fiore all’occhiello. Quest’anno lavoreremo all’adeguamento al nuovo codice di autodisciplina, in particolare per la procedura di engagement, elaborando le regole con le quali si parla al mercato.

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