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Cristiano Ronaldo compie 35 anni, campione pop tra mito e contraddizioni

Manchester, Madrid, Torino: le città in cui CR7, lontano dal suo Portogallo ha vinto, dominato, costruito il suo mito. Ma il cuore è nella sua isola natale, Madeira

di Dario Ricci


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(Juventus FC via Getty Images)

5' di lettura

Un campione. Anzi, di più e meglio: un’icona. Più precisamente: uno specchio che riflette l’epoca in cui è immerso, e che in essa si riflette. Se un rammarico c’è, nel celebrare i primi 35 anni di Cristiano Ronaldo dos Santos Aveiro, è di non poterlo vedere oggi ritratto, scomposto e moltiplicato in un’opera di Andy Wharol , come Marylin, Muhammad Alì, Che Guevara.

Causa ed effetto della post-modernità, CR7, in un’alternanza continua tra perfezione e asimmetria, controllo e furia, sublime bellezza e inadeguatezza. Per questo Cristiano attira su di sé sguardi, microfoni, penne e taccuini, magnete potentissimo e altrettanto potente forza centrifuga nel respingere tutti noi, comuni mortali, che dalla sua luce calcistica siamo al tempo stesso riscaldati e abbagliati. Perché in fondo, in CR7 e nella sua sublime imperfezione, si rispecchia l’attitudine di un’epoca, di un tempo, di ognuno di noi.

Accumulo
Chiariamo subito: Cristiano Ronaldo è tra i dieci più forti calciatori della storia del gioco. Per pochi è al decimo posto, per alcuni tra i primi cinque, per molti sul podio di ogni epoca. Considerazione diffusa e generale, ma che a Cristiano non può bastare. Perché? Il motivo non raggiunge il metro e 70 di altezza, è nato in Argentina, è mancino e veste una maglia blaugrana. E ha un nome universalmente riconosciuto, proprio come quello di CR7: cioè Lionel Messi, al secolo “La Pulce”. Un “imprevisto”, Messi, con cui Cristiano non si è mai fino in fondo rassegnato a convivere, lui nato e cresciuto per essere l’unico, e il migliore di tutti, e con un ipotizzato considerevole vantaggio sul resto della compagnia pedatoria.

Eccola quindi la prima, e forse più evidente “a-sintonia” del “sistema-Ronaldo”: la voglia di essere il più grande che rasenta l’assoluta certezza, ma che si concretizza poi in una continua ricerca di conferma, fino al paradosso, all’ossessione. Gorgo profondissimo in cui siamo precipitati tutti, noi operatori della comunicazione, pronti a celebrarne il millesimo fallo laterale contro la Civitanovese, come condividessimo con lui l’assoluta necessità di incoronarlo Il Migliore, vittime inconsapevoli di questa smania di certezza, che invero mai si potrà avere in uno sport che ha in due strumenti di per sé non definitivamente controllabili (due piedi, una palla) la sua stessa natura.

E allora eccola la pioggia di numeri, di record, di primati, di coppe, targhe, trofei e onorificenze. «Una cascata di cifre e metalli che chissà, magari serve appena anche a nascondere una sottile e sublimata forma di insicurezza – azzarda Fabrizio Gabrielli, autore di “Cristiano Ronaldo. Storia intima di un mito globale” edito da 66thand2nd -, come il mito abbia sempre e continuo bisogno di vedersi rinsaldato, riconfermato nella propria convinta assolutezza, e senta contemporaneamente la necessità che la propria grandezza venga garantita e confermata dalla collettività che lo circonda e in cui è immerso».

Cortocircuiti
Non è, quello appena esplorato, l’unico corto circuito del “sistema-Ronaldo”. Basti pensare a come cozzino fra loro l’estrema generosità (freddamente pianificata a tavolino) con cui CR7 pastura via social per alimentare la propria sconfinata platea di follower, e gesti del tutto contrari al manuale del perfetto comunicatore, come ad esempio neppure presentarsi alle premiazioni Fifa a Milano in cui già ben sapeva che sarebbe stato solo “valletto” di Messi, o lasciare addirittura l’Allianz Stadium prima del fischio finale, contrariato per una sostituzione vissuta come un atto di «lesa maestà».

Gesti che strabordano da un ego che fatica a essere contenuto dalle quattro mura di uno spogliatoio. «Eppure poi questi cortocircuti lasciano spazio a inattese aperture – sottolinea ancora Gabrielli-. Si veda ad esempio come è cambiato il rapporto con Dybala, che prima è stato fagocitato, poi riscoperto come possibile utile alleato alla causa personale e di tutta la juventinità; senza dimenticare che la Joya in Argentina rappresenta quanto di più vicino a un alter ego della Pulce. Come dire che CR7 ha ora stretto il legame con l’altro Messi, quello con cui ha già chiarito a proprio vantaggio i rapporti di forza».

Sancta sanctorum
Manchester, Madrid, Torino. Città in cui Cristiano, lontano dal suo Portogallo (e non avrebbe potuto essere altrimenti, per un’icona globale…) ha vinto, dominato, costruito il suo mito. Ma il cuore, la fonte sorgiva, il sancta sanctorum post-moderno è la sua isola natale, Madeira, che «la nascita di CR7 ha letteralmente rimesso sulle cartine geografiche mondiali», sottolinea ancora Gabrielli, che proprio a Madeira è andato, sulle tracce di Ronaldo.

«In Portogallo ci sono 3 aeroporti intitolati a persone: due sono rispettivamente un eroe della resistenza alla dittatura di Salazar e il primo presidente socialista del Paese. Il terzo? Ronaldo, ovvio, e ovviamente nella sua Madeira, dove il museo a lui dedicato raccoglie e protegge oggetti che paiono reliquie di un santo (calcistico) vivente. E non mancano – come si poteva dubitarne? – veri e propri ex-voto lasciati dai fan adoranti nei confronti del mito.» Una leggenda che guarda a orizzonti sconfinati, ma che affonda le radici – altro cortocircuito emotivo – nella profondità del luogo dell’infanzia, laddove tutto ebbe inizio.

La sua famiglia, le sue donne
Non c’è mito senza fisicità, e quella di CR7 è strabordante, impetuosa, sempre sovraesposta: la rovesciata, il colpo di testa, gli addominali scolpiti. Gesti e muscoli perfetti, che colpiscono in modo quasi violento, abbacinante. Icona metrosexual come una generazione prima fu solo David Beckham, Ronaldo perpetua ed esalta lo stereotipo del machismo più rassicurante e sedimentato nei propri topoi, ma al tempo stesso – altro testacoda – è inserito in un sistema di relazioni incentrato su un doppio Sole, quello rappresentato dalla stesso CR7 affiancato però dalla stella di mamma Maria Dolores, vero perno intorno cui ruota la vita (e anche la carriera) del fenomeno portoghese. È come se Cristiano risolvesse integralmente in se stesso quel ruolo maschile in larga parte assente nel suo nucleo familiare originario (il papà, Josè Dinìs, è morto nel 2005 per le conseguenze dell’alcoolismo).

Rispetto a mamma Maria Dolores (e al netto delle note vicende giudiziarie relative al caso Mayorga risolte con un’assoluzione), le compagne passate (si ricordi la splendida top model russa Irina Shayk), e la presente (l’argentina Georgina Rodriguez, con cui condivide l’infanzia segnata da un padre in fuga dalla famiglia) restano decisamente (e consapevolmente) un passo indietro. Prova indiretta ne siano anche le tre paternità arrivate da maternità surrogata, prima della nascita – il 12 novembre 2017 – di Alana Martina, figlia di CR7 e Georgina. «Una famiglia allargata e post-moderna, ma al tempo stesso radicata nel concetto tradizionale di un solido matriarcato, con Cristiano come vero e unico pater familias. Altro corto circuito di cui il mito si autoalimenta», sottolinea ancora Gabrielli.

Ronaldo domani
Un mito che, pur essendo tale, dovrà prima o poi spostarsi ai margini del campo da gioco. «Errore concettuale grave – evidenzia ironico Gabrielli: perché CR7 ai margini non sarà mai. Basti notare come, eliminato dai mondiali di Sudafrica 2010, annunciò la sua prima paternità, o come sbarcò a Torino la domenica stessa della finale dei Mondiali di Russia 2018».

E allora, che futuro lo aspetta, ci aspetta? «Ha recentemente manifestato il desiderio di dedicarsi al cinema, e c’è già chi lo ha immaginato nelle vesti dell’agente speciale “CR007’” ma c’è un’altra suggestione che potrebbe affascinarlo, prima di appendere gli scarpini al chiodo…» Quale? «Provare – azzarda Fabrizio Gabrielli - a giocare un’ultima, straordinaria stagione con la stessa maglia del suo alter ego, sì, proprio quel Messi che gli ha conteso il ruolo di più grande di un’epoca.

Sarebbe la scelta di un mito finalmente pacificato, capace di convivere con quanto di irrisolto alberga in se stesso e in ognuno di noi. E sarebbe davvero lo spettacolo che consegnerebbe entrambi all’eternità».

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