candidato governatore del Pd-M5S

Bianconi: «In Umbria crollati turismo e commercio, manca un piano di rilancio»

Il presidente di Federalberghi Umbria, candidato per il Pd-M5S alla presidenza della Regione nelle prossime elezioni del 27 ottobre: «Norcia non era in crisi, ora lotta per la sopravvivenza»

di Raffaella Calandra


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Norcia.  Piazza San Benedetto dopo il terremoto del 30 ottobre 2016

3' di lettura

In questa intervista, pubblicata sul Rapporto Centro del Sole 24 Ore il 13 settembre, il presidente di Federalberghi Umbria, Vincenzo Bianconi - successivamente candidato dal Pd-M5S alla presidenza della Regione nelle elezioni del 27 ottobre 2019 - fa il punto sulla situazione critica che affligge le imprese del terziario umbro, che paga ancora le conseguenze del sisma del 2016.

«Sono stati proposti strumenti non adeguati. Non c’è alcun progetto strutturato di rilancio e senza, non ha senso neanche la ricostruzione». Snocciola cifre e storie della sua Norcia e parla di «buio pesto» Vincenzo Bianconi, presidente di Federalberghi Umbria e titolare dell’ azienda più colpita dal sisma. «Abbiamo calcolato 15mln di perdita di fatturato», stima, mentre elenca gli hotel da demolire e lo «sforzo per non licenziare: se avessimo ridotto i collaboratori, non avrebbero trovato altre offerte, si sarebbero spostati, indebolendo ancora la comunità».

Norcia contava 20mila presenze il 24 agosto 2016, fu distrutta con la scossa del 30 ottobre. Il turismo è crollato e la ricostruzione non decolla. Di cosa hanno bisogno le imprese?
Di certezze. Turismo e commercio sono stati i settori più colpiti e quelli con minor aiuto. Oggi non vediamo alcun piano di rilancio, come se, abbassata l’attenzione, si fossero per magia risolti i problemi.

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Uno dei vostri alberghi è integro; altre aziende invece sono ferme del tutto. Il calo del turismo quanto si sta riflettendo sull’intera economia?
Questa era un’economia in equilibrio tra turismo, agroalimentare e commercio. Tutto poggiava sul respiro internazionale della zona. Norcia non conosceva crisi, ora lotta per sopravvivere.

Ma non avete ricevuto un sostegno proprio per i mancati guadagni?
Faccio l’esempio della mia azienda: a fronte di 15mln di mancato incasso, abbiamo ricevuto 48mila euro di danno indiretto. Il massimale era di 50mila. Tutte le misure di sostegno sono state agganciate al cosiddetto de minimis, misura a disposizione delle aziende, per chiedere investimenti. Molte ne avevano già usato parte, prima del sisma; altre per recuperare il danno. Così ora che sono state introdotti bandi fino al 70% a fondo perduto, la maggior parte delle aziende non possono partecipare, perché hanno esaurito la riserve. Sono state clonate leggi come la 181, nata per aree di crisi industriale complesse. Ma non siamo la stessa cosa.

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Cosa avete chiesto nel documento consegnato al Governo?
Innanzitutto, una cassa integrazione in deroga per almeno tre anni e non per un paio di mesi all’anno, come ora. Altrimenti le aziende continuano ad indebolirsi. Poi, i nostri Comuni, col crollo dell’economia e più del 70% delle abitazioni danneggiate, avrebbero diritto di avere le misure per le aree svantaggiate. Solo per il periodo necessario a non morire sul mercato. Se lo Stato non aggiunge agli investimenti strutturali un aiuto strategico, per la ripartenza delle società, il 70% ci lascerà le penne un’altra volta. È come un malato, a cui staccano le macchine per respirare.

Quali risposte avete avuto?
Tutti dicono che ci lavoreranno. Queste misure, concordate anche con Federalberghi Marche, Lazio e Abruzzo, riguarderebbero solo una ventina di comuni, meno di 50mila persone: impatto economico minimo. Ma siamo troppo pochi, per avere un peso politico.

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