MEPHISTO WALTZ

Crossed Fingers


2' di lettura

Nel 1656, uno dei più ricercati pittori del barocco napoletano, Domenico Gargiulo (detto Micco Spadaro, 1609-75) assieme a locupleti cittadini, capitanati dal Cardinale Ascanio Filomarino (1683-1766) si infrattarono, ad evitandam “Yersiniam pestis”, nella grandiosa Certosa di San Martino, in cima al Vomero, sopra Napoli. Nel «Rendimento di grazia dopo la Peste» (1657), dipinto alla fine dell’epidemia che falciò il 60% dei napoletani (esposto di recente a Parigi, Grand Palais, nella mostra dedicata a Luca “fa presto” Giordano) troviamo ritratti gli happy few che così salvarono la ghirba: tutti. Con l’aggiunta, a sinistra, del Padreterno mentre sguaina una spada infuocata, e sulla destra dell’autoritratto del previdente pittore. Anche Diego Velásquez (1599-1660) si ritrasse ne «Las Meninas» (1656) al Prado. Il suo protettore e amico Filippo IV di Spagna (1605-65), quando morí, gli fece dipingere sul corpetto nero la croce da cavaliere. Alla fine di ogni grande epidemia del passato si ringraziava il Signore alla grande, erigendo splendide basiliche: Santa Maria della Salute (Longhena, 1631) alla Punta da Màr, dopo la peste veneziana del 1630, e prima, nell’altra peste del 1575, il Redentore alla Giudecca (Palladio 1508-80) su modello delle Terme di Agrippa  (12 a.C.) attive fino al VI secolo, prima di essere demolite e ridotte a calce utilizzata fino al Medioevo. Allo stesso modo, i manager di oggi percepiscono ingenti bonus e stock options al raggiungimento degli obiettivi promessi, senza nulla restituire quando sbagliano. Cosí le pestilenze si attribuivano ad untori, con seguito di atrocità riversate su ebrei e cosiddette streghe, per poi al cessar dell’epidemia ringraziare chi sta lassù. Nessuna menzione ai “medici”, che indossavano allora vestaglie cerate e una maschera a forma di becco d’uccello, zeppa di erbe aromatiche  (Fürst, acquaforte, 1656). Altro che mascherine FFP3.

Intanto i mammasantissima di oggi sono sciamati nelle più fastose località dell’arco alpino, côté svizzero: dove? Negli chalet di Gstaad, sulle orme di Maria Gabriella e Vittorio Emanuele di Savoia, accanto al Caltagirone Bellavista. A Crans-sur-Sierre dove Enrico Cuccia (1907-2000) incontrava il compagno di merende André Meyer (1898-2019) geniale suggeritore  dei Kennedy, e di Lyndon Johnson, mentore di Guido Roberto Vitale (1938-2019). A Sankt Moritz, dove Agnelli, nella villa al Suvretta (Gae Aulenti, 1927-2012) andava per “skiare”. Teruzzi (1929-2011), il re del nichel, si affacciava dalla villona cupa già dello scià di Persia Reza Pahlavi (1919-80) per godere della “visiün de l’Avocat”. Mentre Claudio Abbado, in Val di Fex, al suono mahleriano dei campanacci delle mucche sognava di accordarli. Oggi furoreggiano tanti eredi, dai von Thyssen-Bornemisza ai von Fürstenberg, Onassis e Niarcos, o la new entry Mittal. Le boutique competono con Rodeo Drive a Los Angeles, Madison a New York, Magnificent Mile a Chicago o Montenapo a Milano. Ma la improvvisa densità di teste coronate, come quella dell’omonimo microorganismo che ci perseguita, rischia di ingenerare  un nuovo focolaio, una zona rossa: da annoverare come paradosso epidemiologico se, dopo una certa latenza, le valli si trasformassero in una grande capsula di Petri (1877) dove meglio incuba l’epidemia. Enclave endogamica, culla del contagio. Così ora qualche disinvolto transfuga si fionda col superjet ai Caraibi, dove la termolabilità sembrerebbe metter a dura prova il capside. Ma che vitaccia, per noi diavoli, che tremens factus vitae.

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