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Csm, primo sì alla riforma. L’accordo alla prova dell’Aula

Il provvedimento approda in Aula il 19 aprile, ma il clima è teso. Toghe irritate, fra i punti più controversi il fascicolo personale e il passaggio di funzioni

di Giovanni Negri

Cartabia: riforma giustizia è ineludibile per recuperare fiducia

2' di lettura

Con una maratona notturna passa alla Camera in commissione Giustizia la riforma di Csm e ordinamento giudiziario. È così possibile rispettare la data di martedì prossimo 19 aprile, per l’approdo in Aula del provvedimento. Data però da bollino rosso perché, a riprova del carattere divisivo dell’intervento, quel giorno è anche in programma il comitato centrale dell’Anm, mentre la giunta ha convocato l’assemblea che potrebbe proclamare lo sciopero per il 30 aprile.

Butta acqua sul fuoco il relatore Walter Verini (Pd) che mette piuttosto in evidenza come la riforma vada vista insieme a quelle del processo penale e civile, come segno di vitalità della maggioranza; come un insieme di norme in grado di contribuire al recupero di credibilità della magistratura e di assorbire tre dei futuri quesiti referendari.

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La protesta delle toghe, nel mirino il fascicolo personale

E tuttavia, la protesta delle toghe sale forte e riporta agli scontri, anche questi costellati da astensioni, che accompagnarono l’approvazione della precedente riforma dell’ordinamento giudiziario, nel 2006, dell’allora Governo Berlusconi.

Le contestazioni investono soprattutto l’introduzione del fascicolo personale del magistrato, nella nuova e più ampia versione, dopo quella appunto del 2006: ora infatti si prevede di inserire per ogni anno di attività, i dati statistici e la documentazione necessaria per valutare il complesso dell’attività svolta, compresa quella cautelare, sotto il profilo sia quantitativo che qualitativo, la tempestività nell’adozione dei provvedimenti, «l’esistenza di caratteri di grave anomalia in rapporto all’esito degli atti e dei provvedimenti nelle successive fasi o nei gradi del procedimento e del giudizio».

Una misura che, nella lettura dei magistrati, spingerebbe, tra l’altro, al conformismo interpretativo, incapace di fare progredire la giurisprudenza e le forme di tutela dei nuovi diritti. Ma dal ministero si fa filtrare come la disposizione punta piuttosto a una fotografia complessiva del lavoro svolto dal magistrato e non a un giudizio sui singoli provvedimenti. Inoltre, si sdrammatizza, il riferimento alle gravi anomalie è già contenuto nella disciplina attualmente in vigore.

Lo scoglio del passaggio di funzioni

Ma a non convincere c’è anche la drastica stretta sul passaggio di funzioni tra giudici e pm, e viceversa, dove al posto delle quattro attuali, ne sarà possibile una soltanto entro dieci anni dall’assegnazione della prima sede.

Con gli accordi di sabato scorso che hanno tenuto alla prova del voto è stato delineato un sistema elettorale misto per la selezione dei 20 consiglieri togati (il nuovo Csm prevede 30 consiglieri in tutto), con aspetti proporzionali e maggioritari, che punta a lasciare la possibilità alle singole candidature individuali di emergere senza necessità di collegarsi a liste. Il sorteggio è previsto per la destinazione dei distretti di Corte d’appello nella formazione dei collegi.

Si introduce il divieto di abbinare, almeno a livello locale, le funzioni di giudice e pm a incarichi elettivi e governativi, come invece possibile oggi. I magistrati che hanno ricoperto cariche elettive di qualunque tipo al termine del mandato non possono più tornare a svolgere alcuna funzione giurisdizionale e vengono collocati fuori ruolo presso il ministero di appartenenza e altre amministrazioni ministeriali. Le toghe chiamate a incarichi di vertice nelle amministrazioni, dopo un mandato di almeno un anno, resteranno per ancora un anno fuori ruolo e poi potranno rientrare, ma per tre anni non potranno ricoprire incarichi direttivi.

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