la casa

Cucina e salotto: la storia dell’arredamento

Un saggio sui 20 esempi più originali di interni d’abitazione negli ultimi cent’anni. Prima a influenzare le scelte erano architetti e designer, oggi è la rete

di Fulvio Irace

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Un saggio sui 20 esempi più originali di interni d’abitazione negli ultimi cent’anni. Prima a influenzare le scelte erano architetti e designer, oggi è la rete


4' di lettura

Il 24 luglio 1959, durante l’inaugurazione dell’Esposizione Nazionale Americana al Parco Sokolniki di Mosca, il vicepresidente americano Richard Nixon e il premier russo Nikita Chruscev si incontrarono nella casa prefabbricata che gli americani avevano costruito per propagandare la supremazia del loro stile di vita. La casa - una riproduzione del tipico modello d’abitazione suburbana delle classi medie - era stata tagliata a metà per essere visibile dall’esterno: il che le guadagnò il nomigliolo di «splitnik», un gioco di parole tra il verbo inglese to split (dividere) e lo Sputnik, il satellite artificiale lanciato con successo dai sovietici nel 1957. Erano gli anni della guerra fredda e l’incontro dei due leader davanti alla cucina divenne l’improvvisato scenario di una diplomazia delle parole che passò alla storia come il «kitchen debate». Ripreso e rilanciato dalla tv, l’incontro fu l’incruento campo di battaglia di una propaganda che investiva di significati sociali uno dei luoghi più emblematici dello spazio domestico, dove comfort e tecnologia significavano la promessa di una vita migliore, sotto qualunque latitudine politica e nazionale.

A Nixon che vantava le meraviglie di una lavapiatti appena lanciata dalla General Electrics, Chruscev rispose ironico: «Avete inventato anche una macchina che mette il cibo in bocca e lo spinge giù?».

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Eppure anche lui avrebbe dovuto ricordare che proprio la cucina moderna era stata, nell’Europa socialista degli anni 20, il campo di sperimentazione privilegiato dell’edilizia popolare: l’angolo della casa che nei quartieri per le classi proletarie voleva indicare il riscatto della donna dalla schiavitù mascherata del lavoro domestico. Il modello più famoso - la cosiddetta “cucina di Francoforte” (dotazione permanente delle abitazioni operaie volute dall’amministrazione socialista della città tedesca) - è rimasto ancor oggi nei manuali della storia degli interni come primo esempio di standardizzazione della casa non più oggetto di romantiche divagazioni. Non a caso la disegnò una donna, Margarete Schütte-Lihotzky, che ne fece il manifesto del funzionalismo applicato alla pratica: la “casalinga creatrice” - dimessi gli abiti dell’angelo del focolare per vestire la tuta del pilota alla guida di una macchina rombante - entrava a piede teso nella modernità, sostituendo quelle figure femminili come la leggendaria arredatrice Elsie de Wolfe, che all’inizio del secolo avevano intrapreso una professione sino ad allora sconosciuta, applicando l’arte del “buon gusto” all’allestimento delle case dell’affluente borghesia americana.

L’idea di assumere qualcuno da cui farsi decorare la casa era nata probabilmente nella Francia aristocratica del XIX secolo, ma con il consolidarsi della borghesia il campo di applicazione si era esteso al punto di far emergere la necessità di profili professionali specifici: in questo buco scampato alla mania totalizzante degli architetti maschi, si aprì per le donne un inedito campo d’azione e figure come la scrittrice Edith Wharton o l’economista Christine Frederick che descrissero minuziosamente il vangelo della manager domestica.

Come suggerì nel suo trattato sulla Home Decoration, l’artista e attivista Candace Wheeler (prima donna a svolgere l’attività di designer d’interni come professione e a ricevere riconoscimento e visibilità per il proprio lavoro) si apriva ora alle donne la strada di una professione capace di garantire loro l’indipendenza economica.

Mario Praz

Ce n’è abbastanza insomma per intuire come la casa non esprima solo lo stile di vita personale, ma rifletta piuttosto lo spirito mutevole dei tempi: la questione estetica diventa tema sociale e anche filosofico come dimostrano i famosi saggi di Edgard Allan Poe e di Mario Praz sull’arredamento. Ci aiuta a entrare in questo caleidoscopio di mondi possibili o reali, un libro che accompagna l’omonima mostra organizzata dal Vitra Design Museum, facendoci attraversare di gran carriera cento anni in venti “interni visionari”. Anche se talune di queste scelte storiche sembrano discutibili, il libro ha il merito di avviare un dibattito sull’arredamento d’interni domestico con delle uscite su temi di grande attualità, su cui la riflessione non si è ancora sincronizzata in maniera convincente.

Se per il passato disponiamo ormai di una letteratura cospicua e assai articolata, per l’oggi e per il futuro brancoliamo ancora su ipotesi e domande: prima infatti il gusto era sancito dall’autorità di libri, di manuali e di riviste, che diffondevano esempi o precetti; oggi invece nuovi soggetti collettivi insidiano il primato della tradizionale figura dell’architetto o del designer. La tv, ad esempio, e ancor di più i social media dove Pinterest e Instagram riflettono, con la pratica dei like, il gradimento del pubblico nella maniera immediata e invasiva della comunicazione digitale.

Serie televisive come Desperate housewifes e Sex & the city, offrono set domestici costruiti con i canoni precisi della visibilità, dove persino i colori degli abiti, dei mobili, delle pareti sono articolazioni funzionali di una precisa narrazione. L’arredamento entra in sintonia con i personaggi e crea stereotipi estetici che sfuggono alla cura selettiva delle riviste nobili di settore.

Pinterest

Pinterest, dal canto suo, è una miniera di «pin», la caverna di Alì Babà dell’immaginazione prêt-à-porter che rende il design accessibile e interattivo a chiunque clicchi sullo smartphone in cerca di ispirazione: diviso per soggetti, Pinterest è lo specchio di una realtà senza intermediazioni culturali, dove la validazione dei like provvede una piattaforma orientata dei gusti del pubblico. Se un «pin» riceve molti like, viene percepito come buono e dunque desiderabile a dispetto del parere dell’esperto, realizzando il teorema della tirannia del pubblico.

Instagram sfida la maniera di presentare lo spazio: vi si postano foto personali in ambienti che entrano a far parte del selfie diventando così strumenti di promozione di un brand.

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