memorie di un ex ministro

Cultura come impegno per la società

di Stefano Salis


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Massimo Bray (Agf)

3' di lettura

«Alla voce Cultura» (con la maiuscola), racchiude, già nel solo titolo, la duplice, e profonda esperienza, di Massimo Bray: perché, dismessi i panni temporanei del ministro dei Beni culturali, in breve volgere di tempo ha rinunciato, ed è una notizia clamorosa di questi tempi, alla sua carica di deputato per tornare a occuparsi a tempo pieno dell’istituzione culturale nella quale si è formato e per la quale non si stanca di combattere, innovare, pensare: l’Enciclopedia Treccani. «Alla voce Cultura» (proprio come se fosse un lemma dell’Enciclopedia italiana per antonomasia), invece, Bray non ha voluto rinunciare. E il diario del suo tempo da ministro, ora pubblicato da Manni, non fa altro che rafforzare la sua irriducibile diversità. Vuoi perché – e lo confermano citazioni, riferimenti e un pantheon di personaggi disparati (il solo coraggio di aprire il libro con una epigrafe di Enrico Berlinguer) – ostinatamente convinto che ci si debba aspettare molto dalla cultura (e altrettanto ostinatamente convinto che molto dobbiamo fare noi per essa), vuoi perché in alcuni tratti, che possono addirittura sembrare ingenui, della sua esperienza ministeriale (nella quale non rinuncia a proporre al lettore considerazioni personali e familiari), si ritrova quell’habitus morale che guarda dritto all’esperienza di verità che una tale occasione “istituzionale” può fornire: in poche parole, Bray non si vergogna di essere sé stesso in queste pagine e di affrontare una questione politica e amministrativa con passo e ideali del tutto diversi da quelli di suoi molti altri passati colleghi.

È che, davvero, Bray ha creduto nel ruolo, nell’istituzione e nel “destino” di un tale incarico. «Durante la mia esperienza ho però potuto toccare con mano – scrive Bray – come un gran numero di donne e uomini del nostro straordinario Paese abbia voglia di cambiare radicalmente questa realtà che abbiamo di fronte. Incontrando il mondo delle associazioni, del volontariato, ma anche chi lavora con passione e competenza nelle università, nei centri di ricerca e nel Ministero, intuivo che fosse necessario ricostruire proprio quel senso di comunità che abbiamo smarrito in favore di individualismi e di egoismi che mettono in discussione tutte le forme di solidarietà». Ecco, in un passaggio del genere, c’è quell’atteggiamento di cui sopra (che abbatte il solito cinismo con il quale si guarda alla politica) ma qualcosa di più: l’idea che quel ruolo si possa interpretare all’interno di un quadro più grande, che investe la società, nel suo intero.

Le riflessioni di Bray passano attraverso le esperienze da ministro: le missioni estere, i “viaggi in Italia” (da Pompei ai Bronzi di Riace): racconto vivo delle esigenze e delle istanze di cambiamento, ma delle persone, soprattutto, che sono al centro del libro (e della filosofia di vita): l’episodio del custode della Reggia di Caserta la dice lunga. Ma, anche, l’emozione del Salone del Libro di Torino, risorto a nuova vita. «Non nascosi l’emozione il giorno in cui un numero incredibile di visitatori, in fila in attesa dell’apertura del Salone, dimostrarono il loro legame con quella manifestazione. È stata una grande lezione di vita (...). La difesa del libro era la metafora di un modo differente di leggere la realtà: dare speranza a chi è in una situazione di sofferenza, di insicurezza, a chi non riesce ad accedere all’istruzione scolastica e al mercato del lavoro (...). Per fare questo non bastava essere efficienti nell’organizzazione della manifestazione: occorreva fare in modo che le nostre scelte fossero condivise. In quei giorni capii che queste riflessioni non valevano solo per il Salone: alla crisi di fiducia doveva fare da contraltare una grande istanza di partecipazione alla vita civile». Forse la parola chiave dopo la stagione della disillusione (e dell’incompetenza) è proprio questa: impegnarsi. Nonostante tutto. E questo libro è un inno al ciò che possiamo fare, anzi che a quello che dobbiamo aspettarci. Non è poco: ed è bella, durevole, lezione.

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