Il Sole 24 Ore
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1 agosto 2010

La carica dei magnifici under 40. E voi chi scegliereste?

di Gabriele Pedullà


Ebbene sì, c'è una letteratura italiana under 40 che merita di essere letta. Non è poco. Tanto più che in questo campo non smettono di trovare ascolto le tesi dei catastrofisti, per i quali la nostra narrativa sarebbe condannata a posizione di secondo piano: con una censura preventiva che finisce per tradursi in una pericolosa profezia autoavverantesi. Negando attenzione ai nuovi libri, li si condanna al l'irrilevanza.

Nelle ultime settimane, sull'onda del documentario di Luca Archibugi e di Andrea Cortellessa, Senza scrittori, si è fatto un gran parlare (a ragione) degli effetti spesso deleteri che un'editoria sempre più orientata verso i bestseller ha sulla narrativa di qualità. Eppure, la fiducia concessa a una nuova leva di scrittori e l'analisi spietata delle storture dell'industria culturale non sono necessariamente in contraddizione. Tutt'altro: proprio perché una nidiata di autori promettenti sta diventando vieppiù riconoscibile, appare ancora più doloroso il progressivo restringersi degli spazi per quanti non si rassegnano a trasformarsi in semplici intrattenitori. La critica letteraria, oggi come ieri, serve innanzitutto a dare una possibilità supplementare proprio alle voci più inclassificabili: nella speranza che dagli esperimenti degli ultimi arrivati possano emergere un giorno i "classici di domani". E che – magari – anche il loro incontro con il grande pubblico sia solo questione di tempo.

Approdati in libreria grosso modo tra l'11 settembre e l'elezione di Barack Obama, gli under 40 italiani si sono trovati a fare i conti con un sistema delle lettere completamente mutato rispetto a quello delle generazioni che li avevano preceduti. Con nuovi ostacoli ma anche con inedite opportunità per chi si affaccia ora sulla scena letteraria.
C'è innanzitutto la questione dell'età. «Giovane scrittore», come «giovane regista» e «giovane artista», costituisce innanzitutto una definizione merceologica: almeno dai tempi della Nouvelle vague, ma mai come in questi ultimi anni. Che cosa pensano i ventenni? E dopo i trenta? Che cosa vuole insomma la generazione x, y, z...? Tutti se lo chiedono. Ma per gli scrittori che hanno l'età giusta questa attenzione è al tempo stesso una chance e una minaccia. Se essere giovani non è necessariamente una colpa da espiare, come riteneva Goethe, scrivere «da giovani» rischia di trasformarsi in una macchia indelebile: soprattutto per i più bravi. Arrivati ai quaranta o ai cinquanta bisogna ricominciare da capo, perché con la pancetta e senza più capelli la parte recitata fino a quel momento non funziona più. Meglio allora prepararsi per tempo: anche perché alla prova dei fatti solo nei casi migliori gioventù vuol dire sponteneità e freschezza. Per tutti gli altri la parola giusta sarebbe ingenuità.

In un contesto generale di ridotta curiosità per la letteratura dei padri, nessuna generazione italiana si è mai pensata altrettanto "americana" di questa: fino al punto di non avere neanche più bisogno di brandire gli Stati Uniti come un vessillo (alla Vittorini o alla Pavese), tanto sembra scontato che gli autori da prendere a modello vivano tutti tra New York e Los Angeles. Il rischio qui è il rapidissimo passare dal provincialismo deprecato al l'inizio degli anni Sessanta dal Gruppo 63 alla provincializzazione: l'Italia come colonia alloglotta e i romanzieri italiani come ascari o truppe cammellate. Ma, soprattutto, il rischio è un ripiegamento opposto e simmetrico alla chiusura sulla letteratura nazionale. I grandi romanzieri americani sono spesso dei giocolieri della penna: ma che succede se li si legge solo in traduzione? La scarsa attenzione degli under 40 alle sonorità della prosa – in netta controtendenza con un paese che sembrava disporre di un'inesausta vena lirica, e dove a lungo il problema è stato piuttosto quello di contenere un'eccessiva propensione al "belcanto" – sembrerebbe venire anche da qui. Con il risultato che l'ultima generazione appare spaccata in una maggioranza di autori quasi del tutto sordi alle bellezze della lingua italiana e una piccola minoranza di virtuosi del ritmo: anche per reazione.

Pure l'imporsi di nuove forme egemoni fa parte di questo sommovimento complessivo. Nella marea montante delle scritture paraletterarie – noir in testa – i narratori degli anni Zero hanno puntato le loro fortune su due veri e propri generi di confine, accomunati da una identica propensione narcisistica (ma così caratteristica degli anni di Facebook) e diventati a poco a poco maggioritari: le così dette autofiction, in cui l'autore gioca con la propria identità biografica, mettendosi direttamente in scena ma non rinunciando a rendersi protagonista di storie mai vissute, e il memoir-reportage, come testimonianza e inchiesta sui mali del tempo presente. Non è detto però che non convenga piuttosto coltivare una certa inattualità: come propone Giulio Ferroni, quando ricollega la grande vitalità del genere racconto negli ultimi anni alla maggiore libertà di coloro che lavorano sulla forma breve, a fronte di un sistema letterario che punta invece soprattutto sul romanzo e sulla letteratura di denuncia.

Questo eclettismo appare anche dalle risposte dei critici interpellati dal «Sole 24 Ore». Presi a uno a uno, i sei canoni non potrebbero essere più diversi, anche se da un punto di vista meramente editoriale emerge una netta diarchia Einaudi-minimum fax: le due sigle che, stando a queste scelte, sembrerebbero avere lavorato meglio sugli emergenti. Quanto ai singoli autori, il sondaggio individua un gruppetto di testa formato da Nicola Lagioia (quattro segnalazioni), Luca Ricci e Giorgio Vasta (tre ciascuno), seguiti da altri sette narratori fermi a quota due: Silvia Avallone, Cristiano De Majo, Pietro Grossi, Michela Murgia, Valeria Parrella, Laura Pugno e chi scrive questo articolo. Più l'over 40 Giorgio Falco. Che cosa pensare di queste scelte? Da collega, ancor più che da critico, tra gli sprinter lo scrittore sul cui futuro mi sentirei più pronto a scommettere è Lagioia: tanto più dopo il suo ultimo romanzo, Riportando tutto a casa, che si apprezza per la sua ambizione anche quando non tutti i tasselli trovano il loro posto e che – se Lagioia vorrà assecondarla – sembra annunciare una nuova vena narrativa, più pacata e più oggettiva, sicuramente meno euforica dei suoi primi libri. Magari anche dietro lo schermo di una terza persona per lui ancora inedita.

Mi colpiscono invece soprattutto certe assenze: nessuna segnalazione, ad esempio, per Giordano Meacci (Tutto quello che posso, minimum fax), né per Maurizio Torchio (Piccoli animali, Einaudi). E ancora di più stupisce – e delude – l'unico voto per Andrea Bajani e Paolo Zanotti. Nel caso di Zanotti, autore di uno splendido romanzo di formazione che si colloca idealmente in una linea Nievo-Stevenson-Calvino (Bambini bonsai), i pochi consensi si spiegano forse con i neanche tre mesi trascorsi dall'esordio. Ma nel caso di Bajani, che maneggia la prosa più versatile e più musicale dell'ultima generazione, la sorpresa confina con il desiderio di chiedere all'arbitro di rigiocare la partita. Non credo di essere l'unico ammiratore del suo Se consideri le colpe a scommettere sul match di ritorno. Per ottobre è atteso il suo prossimo libro, Ogni promessa: e chissà che non sia questa l'occasione per cominciare a rimettere in moto la classifica.

I risultati del nostro sondaggio

Sono 50 i narratori (più sei poeti) che si sono guadagnati una menzione nelle scelte dei critici a cui il Domenicale ha chiesto di scommettere sui narratori under 40 più solidi. Qualcuno (siamo stati di manica larga) ha già superato i 40 anni tondi: li abbiamo ammessi senza troppi formalismi.
I più menzionati sono tutti maschi. A partire (4 voti su 6) dal barese Nicola Lagioia (1973), seguito da due autori con tre voti, Giorgio Vasta (1970) e Luca Ricci (1970). Nella schiera di autori che hanno ricevuto due nomination, finalmente anche le donne (4): Silvia Avallone (la più giovane, 1984, tra i plurivotati), finalista quest'anno al Premio Strega, Michela Murgia (in finale al Campiello a settembre), Laura Pugno e Valeria Parrella. Sempre con due voti troviamo il nostro collaboratore Gabriele Pedullà, Cristiano De Majo, Pietro Grossi e Giorgio Falco (il fuoriquota, 1967). Ancora più fitta la schiera degli autori che hanno ricevuto un solo voto, tra i quali bestselleristi come Saviano, Piperno o Giordano e autori molto meno noti. Eccoli, comunque, tutti in ordine alfabetico: Dora Albanese, Andrea Bajani, Marco Balzano, Gherardo Bortolotti, Cristiano Cavina, Irene Chias, Paolo Cognetti, Ivan Cotroneo, Alessandro De Roma, Mario Desiati, Andrea Di Consoli, Matteo Di Nucci, Peppe Fiore, Patrick Fogli, Giorgio Fontana, Paolo Giordano, Alessandro Leogrande, Annalucia Lomunno, Francesco Longo, Matteo Marchesini, Marco Missiroli, Letizia Muratori, Paolo Piccirillo, Alessandro Piperno, Rosella Postorino, Christian Raimo, Veronica Raimo, Gianluigi Ricuperati, Roberto Saviano, Giuseppe Schillaci, Andrea Tarabbia, Giordano Tedoldi, Mary B. Tolusso, Caterina Venturini, Giulia Villoresi, Simona Vinci, Paolo Zanotti e Chiara Zocchi.

Le opinioni dei nostri critici

Giovanni Pacchiano
Ermanno Paccagnini
Marco Belpoliti
Filippo La Porta
Andrea Cortellessa
Goffredo Fofi

E voi chi scegliereste?
Ora tocca a voi scriverci nel box commenti qual è l'autore italiano under 40 che preferite. Qui sotto potete fare le vostre controproposte, confermare le scelte dei critici o bocciarle. Buona lettura e partecipate.


1 agosto 2010