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L'esempio del «Padre Sergio» di Tolstoj i semplici salveranno il mondo

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Questo articolo è stato pubblicato il 29 agosto 2010 alle ore 08:03.

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Quale personaggio del passato potrebbe aiutarci a ripartire?

Lev Tolstoj scrisse la sua novella Padre Sergio tra il 1890 e il 1898, ma la pubblicazione non arrivò sino al 1911, quando il gigante della letteratura era scomparso da pochi mesi. Ai lettori non poté quindi sfuggire l'analogia tra la fine dell'eroe del lungo racconto, il Padre Sergio, e quella di Tolstoj, per entrambi una fuga in cerca di salvezza.

Il principe Stjepàn Kasàtskij, giovane ufficiale della Guardia ai tempi dello Zar Nikolàj Pàvlovic, vive per il suo imperatore, deciso a «dimostrargli la sua sconfinata devozione», vero «amoroso rapimento». Ma quando la promessa sposa, la contessina Korotkòv, gli rivela di essere stata amante proprio del suo idolo, lo Zar, il principe Stjepàn lascia la divisa e Pietroburgo e si rifugia in convento.

La sorella decifra bene la scelta drammatica, come Stjepàn «si fosse fatto monaco per trovarsi più in alto di quelli che volevano dargli a sentire di star più in alto di lui». Scendere nella scala del mondo per salire in spirito.

Quando «Il Sole 24 Ore» ha chiesto ai propri collaboratori di scegliere la persona-simbolo, per indicare la possibile uscita dalla crisi in cui ci dibattiamo all'alba del Terzo Millennio, i suggerimenti son stati molti e fantastici, da San Francesco, ai due presidenti Roosevelt, a Orwell. Leggendo i testi delle nostre firme – che tutte ringraziamo – pensavo come dietro ognuna delle proposte, uomini di guerra o di pace, di lettere o di affari, per intravedere davvero un progresso, occorra ritrovare l'uomo comune, la persona semplice, le madri e i padri che hanno portato il peso della nostra storia e delle nostre società, prima e dopo i leader.

E' il tema di «Padre Sergio». Una volta rifugiato in monastero, infatti, l'ex principe assume l'odore di santità, riverito come «Padre Sjerghìj», talmente celebre da essere trasferito a un convento non lontano dalla capitale dove le dame tornano a far di tutto per essere ammesse al suo cospetto, e il priore, uomo mondano come tanti porporati del 2000, decide di esibirlo da trofeo davanti agli ex colleghi della Guardia, ora generali. Padre Sergio capisce infine che l'orgoglio, l'ambizione, le smanie vane e sociali da cui è scappato (le «vanità» dell'Ecclesiaste) lasciando l'esercito sono vive, sotto il saio dell'umiltà. Per la seconda volta fugge e si fa eremita. Così austero, devoto e penitente che i fedeli da ogni parte di Santa Madre Russia corrono alle sue benedizioni. E quando una dama allegra arriva in slitta e prova a sedurlo, fingendosi assiderata fuori dalla sua grotta, Padre Sergio impugna l'ascia e si amputa l'indice della mano sinistra pur di vincere la tentazione.

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Ormai vicino a chiudere in perfezione una vita alla ricerca di forza interiore, morale e verità, con i pellegrini che accorrono alle sue benedizioni e prediche da ogni parte, miglia e miglia nella neve, celebrato, onorato e adulato, Padre Sergio cadrà nel peccato, sedotto da una ragazza «isterica», che gli è stata portata perché la guarisse.

Sconvolto per avere perduto, dopo le ambizioni umane anche le spirituali, l'ex principe ed ex sant'uomo torna di nascosto all'antico villaggio d'infanzia. Cerca, e non sa perché, una bambina che tutti prendevano allora in giro, la sempliciotta Pàsenka. La donna è anziana, con tanti guai familiari, marito, figli, nipoti, e troppe cure domestiche, rammendare, rigovernare. Stupita di vedersi davanti il compagno di giochi la cui fama di santo l'ha tante volte commossa, racconta la propria vita in breve «Di me, non mette conto parlare».

Padre Sergio è folgorato. L'ossessiva ricerca di successo, dall'esercito alla Chiesa, lo ha allontanato dalla gente semplice, la famiglia, il villaggio, gli «altri», da cui ha cercato di distinguersi, pur di essere «migliore». E' una rivelazione «Io ho vissuto per gli uomini sotto il pretesto di viver per Dio, lei, Pàsenka, vive per Dio figurandosi di viver per gli uomini». Nel servire con semplice cura la comunità è la gloria: Padre Sergio si fa pellegrino e va, deportato, in Siberia.

Lettori del 1911 e noi oggi, restiamo insieme colpiti perché la fine di Padre Sergio è identica a quella scelta per sé da Tolstoj, che dopo la fama letteraria, sentendosi prossimo alla morte, evade da casa e muore nella ignota stazioncina di Astapovo, invano tentando di chiudere nella semplicità e nel silenzio. Cerca di condividere il destino di Padre Sergio, ma, racconta Vladimir Pozner nel magnifico saggio Tolstoj è morto, (Adelphi), l'agonia dello scrittore nella casa del capostazione di una frazione senza nome è il primo evento globale, arrivano giornalisti da ogni parte, con cinismo da manuale «Nelle redazioni i direttori fremono..."I vostri dispacci, oggi, hanno magnificamente distanziato la concorrenza di parecchie lunghezze... Nel caso vi manchino i fatti, rimpolpate le descrizioni... in caso di disgrazia, duecento parole per edizione speciale"».

Tolstoj, creatore di eroi ed eroine meravigliose, Natasha e il Principe Andrej di Guerra e Pace, comprende che eroismo perfetto è il servizio modesto e prova a copiare, senza riuscirci, l'esito umile del Padre Sergio.

Essere o non smettere mai di essere anche da leader, un «common man», un uomo comune, ecco la strada. Common Man non nel senso detestabile del qualunquismo o del populismo, non accanendosi come la risentita folla al corteo del Tea Party ieri a Washington, o avvilendosi nell'anonimato bilioso che da ogni sito internet inveisce frustrato contro questo, o quel, leader del momento. No, nel senso nobile delle immagini del pittore americano Rockwell, nella dignità antica del Coro greco, dove le tragedie smisurate degli eroi vengono composte dalla misura dei cittadini, gli uomini comuni, vasai, artigiani, mercanti, che battono i Persiani a Maratona e salvano Atene.

È nel '900 ancora un russo, Vasilij Grossman, in due capolavori Vita e destino e Tutto scorre (Adelphi), a cantare la forza aristocratica della gente comune, la sola capace di perpetuare valori, sapere, ideali, speranze, anche nella notte nera del totalitarismo. Quando Stalin chiude la Russia in un gulag, l'anima del paese si perpetua nella parola della madre al figlio, del padre a un amico, del compagno di cella a un morente. Le ideologie mobilitano e sterminano «masse», Grossman confida nelle persone e nella libertà.

Tornando a Mosca negli anni del disgelo, dopo Stalin e trenta anni di gulag, il protagonista di Tutto scorre Ivan Grigor'evic confronta il male di un impero, i dissidenti svuotati, gli intellettuali venduti, i trafficanti al potere, i burocrati spietati, i corrotti ambiziosi. E medita con parole perfette oggi «Un tempo pensavo che la libertà fosse la libertà di parola, di stampa, di opinione. Ma la libertà è tutta la vita di tutta la gente; ecco cos'é: è il diritto di seminare quel che vuoi, di fare scarpe, soprabiti, di cuocere il grano che hai seminato, per venderlo o non venderlo, come vuoi tu; e anche se fai il meccanico, o il fonditore, o l'artista, vivi e lavora come vuoi tu, e non come ti ordinano».

Alla fine della nostra serie, ricordiamo che i soli leader a portarci fuori dalla crisi saranno donne e uomini comuni, capaci di generare eroi, ed essere ogni giorno un po' eroi loro stessi. Per tutti c'è già l'inno, la Fanfara per l'Uomo Comune, che il musicista Aaron Copland compose nel 1943, quando gli uomini comuni si battevano perché la libertà non si estinguesse dalla Terra. Nel 1977 lo spartito riemerse nel rock, con Emerson, Lake and Palmer e ancora con Bob Dylan: una staffetta, di nota in nota, persuasi che solo la libertà e la semplice sapienza del Common Man ci salveranno, guidati da leader capaci a loro volta di ritornare uomini comuni, oltre e dopo il potere.
gianni.riotta@ilsole24ore.com
twitter @riotta

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