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Mereu: «Tajabone, doveva essere un corso scolastico ma ha prevalso il gioco del cinema»

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Questo articolo è stato pubblicato il 08 settembre 2010 alle ore 16:49.

«All'inizio doveva essere un corso di educazione all'immagine, poi il piacere del gioco del cinema ha prevalso su tutto». Così si esprime il registra sardo Salvatore Mereu a proposito di «Tajabone», il film con cui partecipa, nella sezione Controcampo italiano, alla Mostra di Venezia. Non tutti sanno, infatti, che Mereu, oltre ad essere il regista di «Ballo a tre passi» e «Sonetaula», è anche un insegnante. «Una scelta - dice- dettata dalla necessità di sopravvivere, non un vezzo».

I suoi studenti delle scuole medie della periferia di Cagliari si sono dunque ritrovati protagonisti di Tajabone, ispirato al racconto Bellas mariposas di Sergio Atzeni, uno degli scrittori più amati in terra di Sardegna. «Avevo come modello ispiratore Vittorio De Seta e la sua bellissima trasposizione televisiva di «Un anno a Pietralata» di Albino Bernardini», ricorda Mereu, che ha messo in scena otto piccoli racconti su altrettanti ragazzi che, nella finzione cinematografica, si chiamano Jennifer e Alberto, Jonathan e Kadim, Vanessa e Munira, Noemi e Brendon.

Nomi che indicano in parte la nuova composizione etnica delle scuole italiane (Kadim è senegalese, Munira è rom), in parte quella globalizzazione che si riflette anche nella constatazione che, oggi, i dodicenni in Sardegna non si chiamano più Efisio o Gavino, ma portano i nomi dei divi di Hollywood e dei protagonisti delle sitcom d'oltreoceano.

Le loro storie minime, raccontate con una spontaneità quasi documentaria, sono quelle di tutti i ragazzini delle medie d'Italia e forse anche del mondo, con le loro esitazioni e le loro crudeltà, le storie d'amore impossibili e quelle da fumetto, le gelosie e le alleanze negoziate all'interno di un microcosmo in cui gli adulti sono solo figure di sfondo. Ma a ricordare che questi ragazzi, per certi versi, non sono come gli altri, ci sono alcune importanti notazioni socioeconomiche: Kadim deve trovare un lavoro per aiutare la famiglia, anche se la madre insiste perché continui ad andare a scuola la mattina e anche l'italianissimo Jonathan va ogni giorno a prendere il pesce con i genitori, mettendo a repentaglio la sua incolumità. Per ognuno di questi ragazzini la possibilità di scivolare in qualche baratro è sempre vicinissima, così come per ogni madre il rischio di non riuscire a riacciuffare in tempo il proprio figlio è sempre dietro l'angolo.

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Tags Correlati: Abdel Kechiche | François Truffaut | Italia | Salvatore Mereu | Sergio Atzeni | Venus | Vittorio De Seta

 

Il referente immediato nel cinema recente è «La schivata», di quell'Abdel Kechiche entrato proprio oggi in concorso con «Venus noir», che a sua volta strizzava l'occhio a «Gli anni in tasca» di François Truffaut, con l'aggiunta di quello spessore sociologico a cui punta anche Mereu, e che riflette la quotidianità scolastica degli studenti di oggi, dal cellulare onnipresente (e di ultimo modello, anche in periferia) all'assuefazione a Facebook, al rispetto maniacale dei diktat della moda under-13. Ma ciò che fa la differenza nell'esistenza di questi ragazzini resta senza tempo, a cominciare dal coraggio di scambiarsi il primo bacio.

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