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Week end da cinefili con «Fratelli in erba» e «Niente paura» di Ligabue

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Questo articolo è stato pubblicato il 18 settembre 2010 alle ore 20:17.

Ci sono pochi week-end cinefili come quelli che iniziano con un venerdì 17. Che almeno al cinema non ha mai portato iella, anzi. Strano, però, che non ci siano pellicole horror a bagnare la ricorrenza nel 2010, ma documentari musicali, tragicommedie "monozigote", cinecocomeri in ritardo e parodie un po' avvilenti. Ma, soprattutto, un on the road tra India, Italia e Bali che grida vendetta.

Partiamo da quest'ultimo, in cui Julia Roberts «Mangia, prega, ama». E ci annoia con 140 minuti di aggraziato e frammentario nulla. Liz Gilbert, autrice del best-seller che in questi giorni troverete anche in edicola (edito da Rizzoli e di cui, francamente, potrete anche fare a meno nonostante sia molto più profondo dell'adattamento cinematografico) ci racconta una crisi morale e sentimentale di una donna che assomiglia più alle single borghesi di «Sex and the city» che a una ribelle pronta a seguire il dubbio e l'insoddisfazione che crescono nel suo animo, a causa della lingua lunga di un guru indiano. Anche se chiunque avrebbe intuito che in quella pseudotrentenne - ma perchè una diva come la Roberts, piena di fascino, deve cadere nella tentazione di togliersi gli anni nei film? - c'era un'infelicità per nulla latente.

Ryan Murphy, che nella serie tv Nip/Tuck ci aveva abituato a ben altro, qui ci fa fare indigestioni di vezzi, più che di vizi. La vera sorpresa è lui, che si scopre stucchevole e sdolcinato. Ma forse era difficile essere altrimenti: se una storia ha come punto di partenza un viaggio in cui si cerca cibo in Italia, preghiera in India e amore a Bali (?), lo stereotipo è una ghigliottina perfettamente oleata. Anche i fan della divina e grintosa Julia, o le ammiratrici di Javier Bardem e James Franco rimarranno delusi. Ma con gentile condiscendenza, la stessa del film, non lo daranno a vedere. E meno male che si intravede quel geniaccio folle di Remo Remotti.

Un divo mai divenuto tale è, invece, Edward Norton. Un attore il cui talento è pari solo all'incapacità di scegliere i film che interpreta. E infatti la sua carriera, Hulk compreso, è costellata di errori non sul set, ma prima: date un'occhiata al suo curriculum e rimarrete stupiti dalla quantità di filmacci da lui interpretati. E così persino «Fratelli in erba» di Tim Blake Nelson, in cui il magro e nervoso interprete dà vita ai due gemelli Kincaid, sembra una boccata d'ossigeno, per lui e per noi.

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Tags Correlati: Alice | Cinema | Edward Norton | Enrico Brignano | Epic | India | Javier Bardem | Margherita Hack | Maurizio Casagrande | Mel Brooks | Rizzoli | Ryan Murphy | Telecom Italia Mobile | Twilight & company | Vanzina

 

Uno è professore di filosofia antica, l'altro consumatore di marijuana. Uno è fuggito dalla sua provincia profonda, l'altro ci sguazza ancora (e noi, col maledetto doppiaggio, ci perdiamo il grandioso lavoro di Norton su lingua e cadenza). E il secondo, tra i suoi mille espedienti, si finge persino morto per incastrare il genio di famiglia. Storia esile, sceneggiatura sufficiente, regia attenta, e Norton vale il prezzo del biglietto.

Altro che i gemelli diversi De Vito-Schwarzenegger, qui Edward si e ci diverte con una doppia performance davvero niente male, sempre al confine tra tragedia e commedia. Di sicuro, pur con i suoi difetti, questo lavoro sembra il migliore della settimana. Bruciando quel «Niente paura» di Piergiorgio Gay, documentario musicale, che ha di sicuro un suo fascino. Il titolo ci dice dell'oggetto e soggetto del film, che in verità qui funge da catalizzatore.

Luciano Ligabue, infatti, è un cantore dei nostri tempi maltrattati. Idealista e pop, o meglio popolare, sa interpretare meglio e più semplicemente di altri, l'animo nobile degli italiani. Gay va a ricostruirsi un percorso in cui le parole del rocker costruiscono una nuova identità nazionale, laddove Pannone in Ma che storia... "usa" Sparagna, questo regista cerca il Liga. E lo trova negli ultimi 30 anni di storia italiana, qui mixati in un montaggio audace e a volte troppo demagogico, in eventi traumatici, anche di terrorismo e mafia, e nelle parole di fan illustri (Paolo Rossi, Giovanni Soldini, Carlo Verdone, Beppino Englaro, Margherita Hack e tanti altri) e gente comune, ma rappresentativa.

Un populismo rock che ha un suo senso e che forse rappresenta il modo più diretto e potente per educare le persone all'amore per il proprio paese, proprio come fa questa rock star, che nei suoi concerti dà la sua Buonanotte all'Italia, con un montaggio di quelle icone che potrebbero, o avrebbero potuto rendere questo mondo migliore, diverso e possibile, e che ci dice che Non è tempo per noi, facendo proiettare dietro di sé articoli di una Costituzione quasi sempre disattesa. Niente male, altro che «Niente paura».

Poco o niente, invece, si trova in Sharm el Sheikh. Cinecocomero in ritardo, ci presenta la malaumanità italiana in vacanza nell'inflazionata località egiziana. Enrico Brignano e Maurizio Casagrande, diretti da Ugo Fabrizio Giordani e affiancati da attori più o meno bravi (ottima, come sempre Cecilia Dazzi, fuori posto Elena Russo) ce la mettono tutta. E a dir la verità anche la sceneggiatura trova dialoghi neanche troppo insoddisfacenti. Ma il punto è che la struttura di queste storie concentriche ha fatto il loro tempo: le scene da matrimoni improbabili, che si intrecciano in una storia di precariato, con un Panariello che rispolvera il repertorio Briatore, con una spruzzatina da presidente di squadra di calcio cafone, risultano stantìe oltre i loro demeriti.

Ce l'avevano già fatto capire i Vanzina con«Un'estate al mare», ce lo conferma Sharm el Sheikh: il cinepanettone può trasferirsi in estate e pure depurarsi delle volgarità, ma una disorientata noia per una parte del pubblico rimarrà. Di sicuro, però, risulta migliore di tanti prodotti simili, anche se ci vuole poco. Possiamo chiudere con una parodia che, a livello di comicità, rasenta lo zero. «Mordimi», non è una proposta indecente, ma la presa in giro di Twilight & company.

Dopo tre capitoli dei vampiri glam e casti, dopo l'ondata di vampiri - e infatti qui si prende in giro anche Buffy e True Blood - e di dark a buon mercato, non viene risparmiata, quindi, neanche l'Alice in Wonderland di Tim Burton. Gli autori di Hot, Epic e Disaster Movie, nonché di 3Ciento, cercano il colpo grosso. Peccato che le battute e le gag migliori - due, in tutto - siano già nel trailer. Non hanno molte colpe Friedberg e Seltzer, gli originali hanno già troppo umorismo involontario per scherzarci ancora di più sopra. Però ridateci Mel Brooks, con il suo Frankestein Jr. a raccontarci Balle Spaziali.

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