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Cultura-Domenica Teatro e danza

Le giganti, magiche palle di neve del clown russo Slava Polunin

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Questo articolo è stato pubblicato il 05 ottobre 2010 alle ore 10:08.

Sold out, un anno dopo. Il ritorno a Milano di Slava, il clown russo che a grande richiesta calca di nuovo il palco del Piccolo Teatro, è indice di due aspetti importanti per le scene nazionali. Non è un caso, infatti, che il malinconico istrione sia ospite nel "teatro d'arte" per tutti di Paolo Grassi e Giorgio Strehler. O almeno, è simbolico.

Il primo aspetto da considerare è che la popolarità del "teatro d'arte" passa necessariamente per un rinnovamento del suo linguaggio. E se il nouveau cirque (della cui vague questo spettacolo fa parte) non è esattamente una novità degli ultimi tempi, pure come tale esso viene percepito, dopo che eventi mondiali quali il Cirque du soleil hanno rotto il ghiaccio.

Ma se nella performance dei canadesi era lo stupore ginnico a incantare, nel caso dello snow show di Slava a catturare è una magia prettamente teatrale. In altre parole: il gesto tecnico, in questo spettacolo, non è fine a se stesso. La considerazione vale sia per l'effetto speciale (la neve, le palle colorate enormi, le bolle di sapone giganti), sia per l'esecuzione raffinata del numero, venga esso considerato dal punto di vista ginnico oppure da quello estetico.

Tale rigore, che trova nel clown Slava Polunin,ex ingegnere in uno sperduto paesino della Russia, uno dei più autorevoli maestri a livello mondiale, introduce al secondo aspetto: la magia del circo, trasfigurata nella malinconica solitudine del clown, raggiunge qui la potenza di una metafora. La semplicità dello spettacolo si presenta con l'esile filo conduttore della neve: in scena rotola una grande palla bianca spinta dal clown - il mito di Sisifo? - che trasporta il pubblico dentro un mondo candido di fiaba, ma irrimedibailmente perduto: una tempesta di coriandoli sulle note dei Carmina Burana, il pubblico coinvolto in un gioco collettivo con palloni giganti, la "quarta parete" che va e viene, come è proprio delle convenzioni di questo genere di spettacolo.

Lui, Slava, porta nel mondo da ormai sette anni questo show, che è - senza soluzione di continità con le precedenti esperienze - un caleidoscopio di personaggi che riunisce tutte le esperienze dell'attore. Una sorta di commedia dell'arte del XX secolo, un'arte che poggia le sue basi sui maestri del gesto (Chaplin, Marcel Marceau, Engibarov) ma che reinterpreta in chiave contemporanea l'estetica del gesto.

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Ma la poetica di Slava, una tuta da lavoro gialla e grandi scarpe rosse, tratteggia un mondo di struggente solitudine esistenziale, rimarcata dalla presenza sul palco di altri sei clown che - per sottrazione - marcano la distanza degli uomini gli uni dagli altri. Distanza, solitudine commuovente, quando, abbracciando un attaccapanni, Slava si sdoppia e abbraccia se stesso in una contorsione da applausi.

E anche quando la dimensione comica (esilarante il numero della caduta ricorrente dalla sedia inclinata), o quella spettacolare, o ancora quella ludica, prendono il sopravvento, resta negli occhi, nelle orecchie, nell'animo la malinconica angoscia sotterranea dell'esistenza dell'attore.

Slava's snowshow
di e con Slava
Al Piccolo Teatro Strehler
Fino al 17 ottobre
Info: www.piccoloteatro.org

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