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Cultura-Domenica Arte

Imprenditori del bello

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Questo articolo è stato pubblicato il 17 novembre 2010 alle ore 06:40.

Quando Cina, India e tutti i paesi emergenti ci avranno raggiunto, «avremo milioni di operai in più. Ma allo stesso tempo, probabilmente, avremo un mondo più brutto». Inizia con una provocazione l'intervento dello storico dell'arte Philippe Daverio davanti a un pubblico di imprenditori ed economisti (non di intellettuali o artisti), per rispondere a una delle domande ricorrenti nell'Italia della crisi e dei tagli: perché oggi investire in cultura?
L'occasione è quella del convegno sulle fondazioni d'impresa, promosso dalla Fondazione Bracco a Milano presso il teatrino di Via Cino del Duca, un gioiellino architettonico nel cuore di Milano, ristrutturato e inaugurato dalla fondazione il marzo scorso. «Perché allora non immaginare che tra vent'anni l'Italia possa tornare ad essere il luogo più bello del globo?», incalzava Daverio, facendo riflettere la platea. «La nostra penisola è già stata due volte al centro del mondo: la prima con i romani, la seconda nel Rinascimento – continua Daverio –. Potrebbe farcela una terza volta, proponendosi come la culla della creatività. Quando tutti gli altri avranno raggiunto il benessere il nostro motto dovrà diventare: adottiamo un ricco». Alle imprese il compito di perseguire l'obiettivo, seppur provocatorio, ma efficace. A oggi sono oltre 130 le corporate fundations presenti in Italia, secondo gli ultimi dati disponibili forniti dal rapporto 2009 di Fondazione Sodalitas e Altis. Le loro attività muovono risorse annuali pari a 150 milioni di euro. «Sono imprese che vogliono lasciare un segno – chiosa Antonio Calabrò, direttore della Fondazione Pirelli –, non necessariamente nella materialità di alcune opere, ma nella promozione di certe trasformazioni». In questi giorni il confronto tra studiosi e istituzioni, nell'ambito della Settimana della Cultura d'impresa, ha messo in luce il ruolo fondamentale delle fondazioni per lo sviluppo del paese.
«Questa consapevolezza è sempre più diffusa tra gli imprenditori – ha detto Diana Bracco, presidente dell'omonima fondazione – e in particolare nelle imprese familiari. Il numero crescente di fondazioni di impresa lo testimonia in modo inequivocabile».

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Tags Correlati: Adriano Olivetti | Altis | Antonio Calabrò | Bocconi | Confindustria | Cultura | Diana Bracco | Fondazione Isec | Fondazione Pirelli | Fondazione Sodalitas | Milano | Stefano Baia Curioni | Universita' Carlo Cattaneo

 

Ma può la cultura diventare un asset strategico per le aziende? Negli ultimi anni ci sono stati esempi brillanti di collaborazione pubblico-privato che hanno supplito agli esigui investimenti nei beni culturali. La spesa centrale dello stato per la cultura (1,8 miliardi di euro) è tre volte inferiore a quella dei principali paesi europei.
«Queste scelte non sono lungimiranti se consideriamo il potenziale altissimo del nostro patrimonio – afferma Alessandro Laterza, presidente della Commissione cultura di Confindustria ». È dovere del mondo produttivo cercare tutte le strade utili per sostenere la ripresa, non solo per inseguire la stabilità. Per questo dobbiamo investire su ciò che il paese possiede come asset naturale e renderlo asset competitivo su scala globale».
A fotografare la cultura d'impresa è una ricerca dell'Università Bocconi, curata da Stefano Baia Curioni, direttore della laurea specialistica di economia per l'arte e la cultura. «Gli strumenti utilizzati da queste fondazioni sono assai variegati», precisa il professore: archivi d'impresa, competenze artigianali intangibili, musei di impresa, estetica degli spazi, sponsorizzazioni, mecenatismo artistico e interventi territoriali. «Ogni politica culturale d'impresa nasce dal microcosmo aziendale, che ricalca spesso quello dei fondatori, alla ricerca di una collocazione e differenziazione nella tradizione», aggiunge.
Il vorticoso aumento dei musei e archivi d'impresa (174 quelli di impresa censiti nel 2008) e il parallelo aumento della domanda e dei consumi culturali da parte della collettività (negli ultimi dieci anni +27% di visitatori nei musei statali e oltre 200 nuovi spazi espositivi in Europa) sembrano tutti sintomi di un rinnovato spirito. E basta guardarsi indietro per capirne la portata. «Adriano Olivetti nel Dopoguerra non fu un avanguardista, ma piuttosto un romantico di retroguardia che cercava di conservare una cultura industriale figlia dell'Ottocento, che stava scomparendo – conclude Philippe Daverio –. Oggi la crisi di senso e del patto sociale si rivelano come un'ottima occasione per chi vuole investire nel sapere».
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Appuntamenti
Da domenica scorsa fino a lunedì 22 si svolge la nona edizione della «Settimana della Cultura d'Impresa». Segnaliamo alcuni appuntamenti:
17 novembre
«Comunicare l'impresa. Editoria d'azienda, progetto grafico e identità». Una giornata presso Palazzo Badoer a San Polo, Venezia.
18 novembre
All'Auditorium, ore 15.00, Università Carlo Cattaneo - Liuc Corso Matteotti 22, Castellanza. La giornata è dedicata alla storia dell'industria chimica (nella locandina sopra).
21 novembre
Rassegna cinematografica a La Triennale di Milano «Fabbriche e mannequins» sul documentario industriale (ore 17).
22 novembre
Presso la Fondazione Isec (Sesto San Giovanni, Milano) si terrà il convegno
«La memoria dei piccoli» (ore 10) sul tema della conservazione e sulle potenzialità degli archivi delle piccole imprese.
www.museimpresa.com

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