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Cultura-Domenica Libri

Se la vietnamita spera in italiano

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Questo articolo è stato pubblicato il 19 dicembre 2010 alle ore 08:22.

L'anno si chiude: e penso che sono ormai 35 anni (30 aprile 1975) dalla caduta di Saigon (ora Città Ho Chi Minh); per metà della vita sono stato rincorso dal ricordo delle operazioni Rolling Thunder e Search and Destroy (1965-68), dei napalm e defolianti alla diossina riversati dall'esercito americano sulla pista Ho Chi Minh e sulle foreste vietnamite. La nostra fu la generazione di Saigon Bride di Joan Baez e Nina Duscheck; non mi sono mai tolto dalla mente che non saremmo mai stati perdonati e che quei morti e nati deformi avrebbero pesato per secoli sulla storia dell'Occidente.
Ora ho davanti a me Hien, giovane di Hanoi, che sta discutendo, a Lugano, la sua tesi di laurea magistrale in Letteratura Italiana: presenta la ricezione europea di V~u Tro.ng Phu.ng (1912-1939), romanziere tradotto in inglese e francese, censurato nel proprio paese sino al 1986, e di cui la candidata presenta la propria versione italiana di Soˆ´ -Doº (Nato sotto una buona stella), 1936. Nessun esotismo: è anzi una satira amara sugli effetti, in quegli anni, della modernizzazione alla francese del Vietnam, dei clichés e calchi linguistici, con effetti di ritorno – per le lingue romanze – come di specchio ustorio e di cruda inanità. Spiega amabilmente Hien che se oggi il Vietnam possiede l'alfabeto latino, lo deve a un missionario francese, Alexandre de Rhodes, che, nel 1651, lo usò per traslitterare la lingua orale dei vietnamiti. La Bibbia fu il primo libro in cui si adottò questa scrittura (1660). Il «quoc ngu» fu usato dapprima dalla Chiesa cattolica e dall'amministrazione coloniale. Esso guadagnò la popolarità solo agli albori del XX secolo. Lo studio del «quoc ngu» divenne obbligatorio nelle scuole superiori nel 1906 e, due anni dopo, la corte di Hue emanò un nuovo ordinamento interamente in «quoc ngu». Nel 1919 divenne scrittura nazionale. Nel romanzo Nato sotto una buona stella, ci sono diverse sequenze di discorso diretto in cui la lingua francese è inserita, usando la traslitterazione «quoc ngu». La partita a tennis, con cui comincia il primo capitolo, tutto dedicato ironicamente a Minh e Vavn, ossia la coppia Civilizzazione è ritmata dalle battute e dai punti Xanh ca! e Xanh xit! «Cinq-quatre» e «Cinq-six» scanditi dai segnapunti. Hien ha già tradotto in vietnamita La solitudine dei numeri primi di Paolo Giordano, due edizioni esaurite, come allenamento per affrontare Italo Calvino, ma tiene a far conoscere in italiano la levità di V~u Tro.ng Phu.ng, il suo ritmato dialogico («Io, ora, vado a fare ken co ban «quelques balles» con le belle dame per non contraddire il mio oroscopo!»), il suo sguardo di partecipe distacco. Interrogata, la laureanda, su come se la fosse cavata con il nostro Medioevo latino e i quattro gradi dell'allegoria, sino ai vertici sublimi dell'anagogia, con lo stesso sorriso risponde che mentre noi eleviamo sopra i nostri cieli la contemplatio, lei, loro, la ripongono in cuore come meditatio. È un mondo intero di simboli che prende ben altra scala.

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Tags Correlati: Affari esteri | Aislli | Alexandre de Rhodes | Asia | Chiesa cattolica | Claudio Pacifico | Gianfranco Facco Bonetti | Hien | Italia | Italo Calvino | Nato | Nicolò Tassoni Estense | Redenta Maffettone | Scuola e Università | Sidney Sonnino | Università Al Azhar

 

L'italiano suo è nato così: la lettura di una traduzione vietnamita di Cuore e la canzone del Mundial 1990 di Bennato e Nannini, Un'estate italiana («notti magiche aspettando un goal...»): il cantabile della vocalità della nostra lingua; così per la studentessa russa che le è accanto: la madre che cantava arie della Callas. Dei miei ricordi, per fortuna, più nulla: «I nostri genitori, se siamo svogliate, ricordano le loro notti a leggere e lavorare, al lume di minuscole candele, perché di giorno c'era ben altro...».
Il tempo appena di dire, con il romanziere, O voa «Au revoir e siamo già al Cairo, nel teatro dei Dervisci, restaurato da italiani, per leggere – con Anna Bonaiuto – le poesie dell'Ungaretti egiziano, una benemerita iniziativa della Fondazione De Sanctis per far conoscere i nostri classici all'estero. La platea è gremita di giovani egiziani, che seguono il bell'incipit dedicato a «Moammed Sceab // Discendente / di emiri di nomadi / suicida / perché non aveva più / Patria» (In memoria). È tutto il suadente, ossessivo, ritmo della poesia ungarettiana che danza, in quella sala, con i dervisci: «Quel vociare piano che torna, e torna a tornare, nel canto arabo, mi colpiva ..., quella sorta di costanza monotona che si differenzia quasi insensibilmente per quarti di tono...» (Note a L'Allegria).
Ungaretti era nato ad Alessandria d'Egitto nel 1888 e lì resterà per tutti i vent'anni della sua formazione. La comunità italiana era numerosa, si stampavano – in italiano – giornali e settimanali; le iniziative, dalle Poste ai gelati, erano di primato: lo ricordano i tre preziosi volumi di L. A. Balboni, Gl'Italiani nella civiltà egiziana del secolo XIX, Alessandria d'Egitto 1906, ristampati ora in edizione anastatica con prefazione del nostro ottimo ambasciatore Claudio Pacifico. Sono una miniera di dati, lasciano intendere perché da quella civiltà siano nati o formati tanti protagonisti della nostra identità nazionale, da Sidney Sonnino a Ungaretti; ma nessun esemplare, pure offerto gratuitamente alle nostre biblioteche dal direttore dell'Istituto di cultura, Patrizia Raveggi, è stato sin qui richiesto... Eppure, mi dicono Nicolò Tassoni Estense e Redenta Maffettone, lo studio dell'italiano in Egitto non fa che crescere: 13mila studenti si sono laureati ad Ain Shams in italiano, da quando è stato costituito il dipartimento; ma di fronte a questo sviluppo (650 studenti di italiano all'Università del Cairo, 120 all'Università Al Azhar, 212 al l'Università di Minia eccetera), al vigoroso incremento nelle scuole secondarie (553 studenti di italiano al solo Istituto Don Bosco del Cairo), pari al 13% della presenza mondiale dell'italiano nelle università straniere, il Mae (ministero Affari esteri) non offre che pochissimi lettori, pari al 2% del contingente totale.
L'italiano è vivo fuori Italia, è lingua di civiltà amata nelle arti e nella musica, negli affetti e nella formazione educata (nulla di gridato e becero, come accade qui), ma l'Italia peninsulare non fa nulla. I lettori Mae sono sempre poche centinaia per tutto il mondo, una cifra irrisoria, se si confrontano le statistiche dei cugini francesi: fu una battaglia strenua, quella di Vittore Branca, fondatore dell'Aislli, e dell'ambasciatore Gianfranco Facco Bonetti, di portarli a «quota mille», ma siamo ancora alle cifre d'antan. Va dunque salutato con sollievo – ma andrà anche sostenuto con tenacia – l'accordo siglato al Cairo il 19 maggio 2010 (al III Vertice bilaterale Italia-Egitto) per rafforzare la presenza della lingua italiana in Egitto, cui ha fatto seguito l'accordo del l'Università per Stranieri di Perugia con le principali università egiziane per promuovere scambi di docenti e incrementare i nostri studi. Bisogna ricordare, ben in concreto, che un nostro «Meridiano» costa quanto uno stipendio mensile in molti paesi d'Africa e d'Asia, e che invece di mandare al macero bisognerebbe mandare i nostri classici in quelle biblioteche, assai sguarnite. Bisogna – nei 150 anni dell'Unità italiana – coltivare ancora e sempre non solo i nostri grandi classici, da Dante a Da Ponte, che hanno reso memorabile nel mondo la nostra civiltà letteraria, ma soprattutto amare e far amare la nostra lingua, il suo modulato vocalismo, le sue coloriture di sussurro che la fanno volteggiare – per quanto ancora? – sopra i miasmi d'oggidì: «Tenue, e eco si smarrì in iridi, l'amore...» (Ungaretti, Canzone).
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