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Cultura-Domenica Libri

L'immagine entra nella parola per creare magia

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Questo articolo è stato pubblicato il 09 gennaio 2011 alle ore 08:20.

John Berger. Tiziano Scarpa. Leanne Shapton. Andrè Breton. W.G. Sebald. Javier Marias. Geoff Dyer. Joyce Carol Oates. Roland Barthes. Bruno Schulz. Marco Belpoliti. Susan Sontag. Roberto Calasso. Luc Sante. Lawrence Weschler, Andrea Cortellessa, Alain Robbe-Grillet. Gianni Celati. Julio Cortàzar, Matteo Codignola, Ben Marcus, Rick Moody, Italo Calvino, Georges Perec. Questo articolo potrebbe essere un frammento di libro dei nomi; ma quale comune denominatore li tiene insieme? Sono tutti autori letterari, certo. Di ogni nazionalità, estrazione ideologica, etnica, religiosa, filosofica. Molti non ci sono più. Parecchi sono dei classici. Certi sono nel mezzo. Ci sono romanzieri, prosatori, critici, saggisti, scrittori di racconti. Ma tutti, almeno una volta, hanno pubblicato un'opera in cui le immagini e le parole si compenetrano, si interrogano vicendevolmente, si supportano, si avvicinano o si allontanano pur essendo giustapposte. Immagini di ogni genere, dalle fotografie ai disegni, dai materiali disomogenei, d'occasione, fino a operazioni visive concertate per l'occasione. Naturalmente per alcuni l'esperimento è stato sporadico – un atto minoritario – ma per altri è diventato parte integrante di una poetica, bastone da ricerca, strumento radicale di rabdomanzia sulle tracce delle proprie forme.
È un tema che ritengo centrale nell'esperienza letteraria contemporanea; basta la qualità media sprigionata dall'elenco di cui sopra per accorgersene. Da quando mi è capitato di pubblicare alcuni saggi e reportage, ciò che gli americani chiamerebbero literary non-fiction, di rado sono riuscito a tenere fuori dall'involucro del testo la pressione di immagini che volevano, o dovevano, o potevano aggiungervi qualcosa, distorcerne la traiettoria, influenzarlo o esserne influenzate. Il lettore perdonerà il riferimento personale, ma è d'obbligo. Non stiamo parlando di un "caso" editoriale. Non stiamo parlando nemmeno di una vague più o meno nuova. Stiamo parlando di una questione culturale rilevante. Viviamo nell'apice di produzione iconografica di tutta la storia umana; solo le macchine digitali e i telefoni producono miliardi di nuove immagini ogni anno, e questo fa la differenza. È una mutazione ambientale, percettiva, cognitiva, quasi fisica: se tutte le fotografie messe al mondo fossero specchi e ricoprissero il globo, il Sole stesso verrebbe cancellato dalla potenza della rifrazione.

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Negli ultimi mesi, solo in Italia, sono usciti almeno cinque testi importanti di autori che scrivono o vivono nel nostro paese, e ciascuno di essi contiene immagini; disegni, fotografie, litografie. Si tratta del Cimitero di Praga di Umberto Eco, di Persecuzione di Alessandro Piperno, Vita e morte di un giovane impostore raccontata dal suo migliore amico di Cristiano de Majo, Autopsia dell'ossessione di Walter Siti e Insegnami la quiete di Tim Parks. La presenza iconografica in questi libri è piuttosto variegata, ed è necessario essere consapevoli che il peso di un disegno a fumetti e di un'incisione del Settecento sono differenti da quelli di una fototessera o dei raggi X: producono conseguenze diverse, irradiano un'aura che semplicemente non è assimilabile. Il bestseller di Eco gioca magistralmente con la notoria erudizione dell'autore, e a tutti gli effetti anche le immagini, che costellano la narrazione con puntualità, sono oggetti da feuilleton: provengono infatti dalla vasta collezione privata del semiologo più famoso del mondo, e in certi passaggi sembra addirittura che alcune scene siano state scritte a partire da queste avventurose chine di Sette-Ottocento; una sorta di grado zero dell'ekphrasis (l'arte di descrivere un quadro con le parole), ma al contrario, dall'immagine al testo. Il romanzo di Piperno, peraltro bellissimo, presenta invece inserti visivi che rimandano allo stile dei fumetti della Bonelli, tratto rapido di matita su sfondo bianco, non sono all'altezza della qualità di scrittura: didascaliche anch'esse, paiono provenire da un desiderio autoimposto di decorazione, che in verità non aggiunge nulla alla caratura romanzesca messa in scena. Nell'interessante libro di de Majo le parti non strettamente testuali sono elementi integranti della storia che racconta: si tratta di materiali pop, di provenienza spuria, addirittura poverista e trash, come le cartoline da souvenir che punteggiano il secondo capitolo. Walter Siti gioca su un piano più complesso, mettendo appunto in moto una sottile macchina di ekphrasis, descrizioni di descrizioni visive concertate dal romanziere d'accordo con diversi fotografi, con il medesimo corpo maschile ritratto in pose e dettagli che quasi sembrano spingere per fare il proprio ingresso nel testo, ma senza rinunciare all'autonomia dell'icona. L'eccellente memoir di Parks, per finire, conduce sulla pagina le rappresentazioni degli oggetti, spesso banali, che segnano il corso doloroso di una malattia e del modo di affrontarla: boccette di medicine, paesaggi della guarigione, grafici di valori delle componenti chimiche umane. Il modello, qui, è senza dubbio il grande Sebald, moderno genitore dell'alleanza tra parola e immagine, molto amato da Parks e purtroppo imitato senza la medesima magia; ma come fargliene una colpa? Sebald ha fatto meglio di tutti gli animi letterari più sensibili del nostro tempo ciò che tutti gli animi sensibili del nostro avrebbero voluto fare prima di lui. I suoi quattro capolavori, da Vertigine ad Austerlitz, concepiti all'alba della grande ondata digitale di cui dicevo poco fa, costituiscono tuttora un'ispirazione sorgiva. In un'intervista rilasciata a Eleanor Wachtel nel 1997, Sebald dice una cosa illuminante: «La funzione delle fotografie è anche quella di arrestare il tempo. La fiction è una forma d'arte che muove sempre verso il compimento, la fine, senza prevedere fermate. Le fotografie servono a questo, nei miei testi: portano fuori dal tempo, a una contemplazione più simile a quella delle arti visive, come davanti a un quadro in un museo».
Ecco il punto dolente e cruciale; la connessione con le arti, un rapporto profondo e abituale, informato, una visitazione disposta all'apprendimento e all'insegnamento costante e reciproco, è la conditio di qualsiasi intervento iconografico serio nella narrativa letteraria che ci aspetta. Quasi tutti i romanzi che ho citato sono un passo in questa direzione; ma si può andare ancora in avanti, rifiutando ogni tentazione pleonastica. Se le immagini devono esserci, che siano una prosecuzione della scrittura con altri mezzi. E che gli amici regalino agli scrittori abbonamenti a riviste d'arte e fotografia colte ed eccitanti come «Frieze», «Parkett», «Aperture» o qualsiasi altra che garantisca una buona informazione sulle ricerche più avanzate dei nostri contemporanei. Altrimenti, come succede nella prima memorabile visione di Gli emigrati di Sebald, incontreremo sempre più spesso ciò che trova il narratore, alla ricerca del proprietario dell'immobile che vorrebbe affittare, nella campagna inglese, quando gli viene raccontata la storia di due eccentrici locali che avevano fatto erigere una riproduzione esatta del Castello di Versailles, ma solo nella sua facciata: «Un fondale privo di qualsiasi scopo, ma visto da lontano di notevole effetto, le cui finestre erano scintillanti e cieche esattamente come quelle della casa di fronte alla quale ci trovavamo noi adesso». Un avvertimento, per tutte le illustrazioni dei nostri romanzi futuri.
ricuperatig@gmail.com
© RIPRODUZIONE RISERVATAi libri gli emigrati
W.G. Sebald
Adelphi
La compenetrazione immagine-testo al suo meglio,
in quattro storie di esuli. Uno dei
libri fondamentali della fine del
XX secolo.
il cimitero di praga
Umberto Eco
Bompiani
L'autore de Il nome della rosa ha usato per illustrare il suo feuilleton erudito delle stampe e litografie provenienti dalla sua collezione personale.
insegnaci la quiete
Tim Parks
Mondadori
Il celebre scrittore e traduttore, alle prese con una dolente storia personale di malattia e guarigione, inserisce nel testo molte fotografie
di elementi quotidiani.
autopsia dell'ossessione
Walter Siti
Mondadori
Il romanziere ha costruito l'apparato iconografico del testo lavorando con lo stesso modello e diversi fotografi.

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