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Cultura-Domenica Ventiquattro

Architetti, imparate da Wikipedia

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Questo articolo è stato pubblicato il 27 gennaio 2011 alle ore 10:07.

«Un'inutile reliquia del passato». Con queste parole lo scrittore americano George Gilder definì le città. Era il lontano 1995 ed eravamo nel pieno della rivoluzione digitale: molti pensavano che la rete, con la sua struttura orizzontale di connessioni istantanee, avrebbe annullato le distanze. E, in questo modo, avrebbe portato con sé un mondo equipotenziale, uniforme e senza più città.

Oggi, a sedici anni di distanza, possiamo dire che nessuna previsione avrebbe potuto essere meno azzeccata. Il pronosticato "qui una volta era tutta città, signora mia" non si è mai materializzato. Al contrario, dalla metà degli anni Novanta l'urbanesimo ha fatto registrare in tutto il mondo un'accelerazione senza precedenti. Ormai la popolazione urbana sulla Terra ha superato il cinquanta per cento, e, secondo alcune stime, raggiungerà presto i due terzi. Dal canto loro la Cina e i paesi emergenti stanno programmando più città di quante l'umanità abbia mai costruito in tutta la sua storia.

Che cos'è successo allora? Com'è possibile che le previsioni del recente passato fossero in tale misura errate? Mestiere difficile quello del futurologo... Quel che sembra essersi verificato è che internet, lungi dallo spazzare via le centralità demografiche, sembra averle rinforzate. In questo modo la geografia del mondo reale si sta sovrapponendo a quella del mondo virtuale. Bit e atomi si specchiano gli uni sugli altri: è quello che notiamo tutti i giorni sulle pagine Google, Facebook, Twitter o Foursquare, ormai sempre più georeferenziate sugli spazi urbani in cui trascorriamo la nostra vita.

Questa convergenza tra reale e virtuale, oltre a fare da catalizzatore dello sviluppo urbano, ha delle conseguenze interessanti proprio per chi deve progettare o far funzionare una città. La prima è la capacità di raccogliere grandi quantità di dati in tempo reale. È un processo simile a quello che si è verificato un paio di decenni fa in Formula Uno, con l'avvento della telemetria. Fino ad allora i bolidi da competizione potevano affermarsi su un circuito solo grazie alla loro meccanica e alle capacità del pilota. Con l'avvento della telemetria le macchine si sono trasformate in piccoli computer, monitorati in tempo reale da migliaia di sensori, e per questo più intelligenti e capaci di rispondere meglio alle condizioni di gara.

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Architetti, imparate da Wikipedia

Digitale, partecipato, aperto: è la celebre enciclopedia libera a offrire oggi agli urbanisti il

Tags Correlati: Accenture | Bauhaus | Bernard Rudofsky | Brasilia | Cisco Systems | Connected Communities | Cultura | George Gilder | IBM | Intel | Le Corbusier | Lúcio Costa | Oscar Niemeyer | Richard S. Levine | Siemens | Simone de Beauvoir

 

Lo stesso fenomeno sta investendo le nostre città. Per una strana coincidenza si stanno avvicinando al campo dell'urbanistica multinazionali che fino a oggi avevano ben poco a che vedere con essa: Ibm, che ha lanciato il programma Smarter Cities, Cisco, che sta puntando su Smart +Connected Communities, General Electric, Siemens, Intel, Accenture, solo per fare qualche nome. È un po' come se le nostre città si stessero trasformando in computer all'aria aperta, e per questo stessero chiamando a raccolta nuove competenze per la loro gestione, attraverso il monitoraggio e l'analisi in tempo reale di tutti i dati che producono.

Gli obiettivi possono essere molteplici: ad esempio ridurre gli ingorghi, migliorare la qualità dell'ambiente, semplificare la logistica urbana, fornire migliori servizi al cittadino, aumentare la partecipazione degli utenti nella gestione della cosa pubblica. In un progetto pilota con le ferrovie francesi Sncf stiamo sperimentando un'applicazione per telefoni iPhone e Android che in automatico permette il monitoraggio delle emissioni individuali di anidride carbonica, con possibili incentivi come nei programmi di raccolta miglia delle compagnie aeree (sarebbe la versione positiva del road pricing punitivo di città come Milano o Londra). In un altro progetto, che sarà in mostra dalla primavera 2011 al Singapore Art Museum, invece, stiamo testando proprio come la raccolta capillare di dati dinamici nella città-stato asiatica possa aiutare a migliorarne la performance, come avviene in un circuito di Formula Uno.

La seconda conseguenza della rivoluzione digitale in ambito urbano è più profonda e sembra suggerire una vera e propria rivoluzione metodologica. È quello che stiamo sperimentando in questo periodo in diversi progetti di nuove città in Australia, Messico e Medio Oriente. Per descriverne la portata, però, è necessario fare un passo indietro.
La maggior parte delle città dell'antichità è cresciuta in modo organico, grazie a un lento processo di accumulazione. Sono il risultato di un grande sforzo di intelligenza collettiva, guidato da alcune regole imposte dall'alto (come nella maglia del castrum romano o nelle fortificazioni di Palmanova), ma soprattutto da decisioni prese dal basso, dalla cittadinanza, con un costante processo di prova ed errore. In questo modo si sono sviluppate la maggior parte delle città che oggi ammiriamo, come Todi, presa a modello da storici come Richard S. Levine proprio per la sua capacità di evolvere e reinventarsi.

Nell'epoca moderna a questa visione di lenta crescita organica si è sostituita l'idea di pianificazione top-down, capace di definire in un solo colpo ogni aspetto di una città. È il caso ad esempio delle nuove capitali del Novecento come l'indiana Chandigarh, progettata da Le Corbusier, e Brasilia, progettata da Lúcio Costa e Oscar Niemeyer. Magari città molto eleganti, ma incapaci di rendere conto della ricchezza e varietà della vita umana. Come scrisse Simone de Beauvoir, Brasilia è una distesa di «elegante monotonia».

Oggi però proprio la rete e i nuovi strumenti informatici degli ultimi decenni ci possono permettere di tornare a sistemi urbani più organici. Di ripartire da quel grande sforzo di intelligenza collettiva protratto nel tempo della città di ieri adattandolo ai concitati sistemi di pianificazione urbana contemporanei. In un certo senso è come se prendessimo il modello di Wikipedia, l'enciclopedia libera scritta da migliaia di mani indipendenti, e lo adattassimo alla progettazione della città. È un modo di gestire la complessità impensabile fino a pochi decenni fa, che ci può permettere di costruire habitat umani capaci di rispondere meglio alla esigenze dei loro abitanti.

È un po' come tornare a un'"architettura senza architetti", per citare un celebre saggio degli anni Sessanta di Bernard Rudofsky. Da un lato perché, al posto dell'architetto prometeico creatore di forme, oggi possiamo sostituire team complessi e interdisciplinari, composti da specialisti residenti in paesi diversi ma capaci di lavorare insieme proprio grazie alla rete e ai nuovi strumenti informatici. Dall'altro perché invece di volere disegnare tutto - dal cucchiaio alla città, come teorizzava il Bauhaus - possiamo concentrarci su sistemi parametrici di generazione delle forme, che poi produrranno esiti diversi a seconda degli input dei cittadini. La progettazione diventa quindi la definizione di un processo partecipato, in cui algoritmi complessi e variabili nel tempo garantiscono la coerenza e congruenza degli esiti formali. Un sistema aperto e democratico come avveniva nell'antichità: per riprogettare le città di domani partendo da quelle di ieri.

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