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Questo articolo è stato pubblicato il 27 marzo 2011 alle ore 08:20.

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Mi sono qualche volta chiesto se fosse possibile scrivere un pezzo su Alberto Arbasino senza citare la famosa «gita a Chiasso». Ho davanti il volumone, America amore (Adelphi), che contiene praticamente tutto quanto Arbasino ha scritto sugli Stati Uniti a partire dalla fine degli anni Cinquanta, e penso proprio che no, non sia possibile. Aggiungo per i più piccini che l'espressione «Sarebbe bastato andare a Chiasso» era la replica, poi divenuta proverbio, di cui lo stesso Arbasino, allora giovanissimo, si serviva per consigliare un minimo di contrabbando culturale a chi attribuiva la responsabilità del proprio provincialismo all'occhiuta sorveglianza del passato regime o alle censure dei bacchettoni presenti. Erano gli anni del boom.
Con le sue trascinanti "conversazioni" su tutto quanto via via aveva visto in giro per l'Europa, Arbasino disturbava il chiacchiericcio delle "vecchie zie" – accademiche e non accademiche –, citando nomi e luoghi, titoli e spettacoli, attori e cantanti, scrittori e registi, irti di consonanti. Li dovevano certamente conoscere quelli del mestiere – forse uno su diecimila –, ma Arbasino prese a sciorinarli su quotidiani e settimanali («Il Mondo», «Il Giorno», «L'Espresso»), e a mescolarli – per farsi capire – con quelli di artisti nostrani, qualche volta provenienti da una "bassa cucina" (Totò, Wanda Osiris, Carolina Invernizio), che è quella dove si è sempre nutrito il grosso pubblico e che la critica non aveva però mai nemmeno preso in considerazione.
Troppo garbato e civile per essere accostato al ciclone della più vieta delle metafore, Arbasino ebbe comunque un effetto contagioso. Dispose in bella vista sopra «le mura e gli archi», coperti di polvere secolare, la sua scintillante mercanzia, e poiché – aggiungo – non ha mai ceduto al difficilese degli snob, chi lo accusava di essere troppo difficile o di fare il difficile, non capiva proprio che le sue mille citazioni e allusioni non erano frutto di esibizionismo ma, semmai, di un'idea estetica che, gratta gratta, non perdeva mai di vista l'utile. Perché Arbasino, romanziere o saggista, è sempre stato un supremo descrittore dell'attualità. Del fatuo e dell'effimero. E, ancor più, con il passare degli anni, del ridicolo, del meschino e dell'indegno. Senza fare prediche e con l'aria di spettegolare, è sempre stato, e ancora è, un testimone che trascende la cronaca perché lo spessore delle cose che scrive – diciamo pure la "dottrina" di cui sono intrise – fa di lui un memorialista. Una sorta di Saint Simon in una Versailles, sovente di cartapesta, che ha ormai assunto le dimensioni dell'intero Occidente. Prova ne sia, che le corrispondenze di Arbasino sono scampate al comune destino dei giornali – carta per avvolgere il giorno dopo i broccoli al mercato – e, lette a distanza di mezzo secolo, suggeriscono sempre lo stesso pensiero: «Quanto deve essere stato bello esserci!».
L'America in quattro parti (Harvard '59, West Coast, Trenta posizioni e Altri luoghi), raccontata, ammirata e talora punzecchiata da Arbasino in America amore, riecheggia nel titolo un famoso romanzo di Mario Soldati, America, primo amore (1935), nonché l'America amara (1940) di Emilio Cecchi. Non sono certo che, al di là delle allitterazioni concordate in redazione, l'America possa essere stata per Arbasino, l'una o l'altra cosa. E tanto meno, forse, un amore per sempre.
Ma il viaggiatore disincantato che era in lui ha mostrato, almeno a quelli della mia generazione, che si poteva andare, oltre Chiasso e oltre Parigi, che allora era ancora, quasi esclusivamente, l'Estero, fino a quel «grande Paese», dove, spedito quasi controvoglia con una borsa di studio, avrei scoperto dopo qualche anno trascorso nel caveau di certe abissali biblioteche, che c'è anche un'altra e diversa forma di provincialismo culturale. Che non consiste tanto nel non muoversi di casa quanto nel non saper uscire dal proprio tempo. Dalle voghe e dalle mode. Dalla mera contemporaneità. E la lettura di Arbasino, che allora non capivo del tutto, devo dire che è stata paradossalmente strumentale in tutto questo.
© RIPRODUZIONE RISERVATA america amore Alberto Arbasino Adelphi, Milano pagg. 868|€ 19,00

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