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Questo articolo è stato pubblicato il 17 aprile 2011 alle ore 08:23.

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Elizabeth von Arnim è uno di quei fortunati autori che, più che dei lettori, possono vantare degli adepti: un vasto pubblico di affezionati che non sono interessati tanto alle trame e ai personaggi quanto al tono che li caratterizza, una calda tonalità colorata rintracciabile di storia in storia. Non c'è aspetto dell'esistenza che il particolare colore rosa di von Arnim non sappia trattare a suo modo. Amore, sesso, conflitti, questioni di denaro popolano i suoi romanzi in un intreccio perverso di alta e bassa società mescolate in un cocktail perfetto da quello speciale ingrediente che è l'ironia dell'autrice, un'ironia dai molti versanti: caustica ma anche tollerante verso i personaggi e verso i lettori. Che, come si sa, amano il lieto fine, tanto che persino in una storia come quella raccontata nell'appena pubblicato La fattoria dei gelsomini, dove tutto va storto fin dalle prime battute e l'ombra del dramma si profila all'orizzonte, un'imprevedibile quanto ironicamente plausibile ricomposizione arriva a pacificare chi si trova dentro e fuori dalle pagine. Siamo, all'inizio, nella più catastrofica situazione che una ancora morigerata upper class inglese – negli anni successivi alla Prima guerra mondiale – possa temere: un weekend in campagna dove niente va come dovrebbe, né il clima – troppo caldo – né il cibo – troppo pesante – né l'incantevole e soprattutto irreprensibile padrona di casa, lady Daisy, che una volta tanto non riesce ad avere l'aristocratico e dunque perfetto controllo della situazione. Sembra, insomma, che nulla possa proteggere l'eletto gruppetto degli ospiti dagli inconvenienti del sudore e della digestione quando arriva una eccitante e salvifica rivelazione: l'angelica e apparentemente casta figlia della padrona di casa ha una relazione adulterina con il grigio e anziano contabile di famiglia, per giunta malmaritato con una ragazza tanto belloccia quanto plebea.
Elizabeth von Arnim è una sorta di anti Virginia Woolf: la possibile tragedia si profila immediatamente come una tragicommedia e l'elemento basso – qui nei panni di una attempata e ancora piacente ex attrice che affronta da madre a madre l'affranta lady Daisy – con il suo linguaggio schietto e i suoi rozzi quanto franchi appetiti redime quello alto dalla sua immaginaria disperazione. La scrittrice sa di cosa parla: due eleganti e sventurati matrimoni, un conte tedesco e un conte inglese fratello di Bertrand Russell, l'hanno addestrata agli splendori e soprattutto alle miserie ben arredate dell'aristocrazia. Così, procedendo con la grazia crudele di una conversazione salottiera a snidare e smascherare la psicologia dei suoi personaggi e la lotta di classe nel mondo delle buone maniere, sa come trasportare quasi fiabescamente il lettore dall'afa mefitica della campagna inglese al caldo riparatore del sud della Francia per il suo beffardo lieto fine, dove la figlia adultera e la madre irreprensibile vivranno d'amore e d'accordo felici e contente.
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