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Questo articolo è stato pubblicato il 24 aprile 2011 alle ore 08:23.

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Si dice «manicheo», per intendere chi è determinato nel distinguere i buoni e i cattivi, il bene e il male. Sappiamo in verità poco di questa religione, insieme sincretista e materialista, che nei primi secoli della nostra era affascinò più di uno spirito eletto. E lo sappiamo anche grazie agli studi di Julien Ries, sacerdote cattolico nato nel 1920 e sostenitore dell'antropologia di un homo non tanto sapiente, quanto «religioso», ovvero legato al divino sempre e comunque. Un volume appena pubblicato in Italia raccoglie i suoi studi sul Manicheismo, presentati da un sottotitolo pieno di promesse: Un tentativo di religione universale.
Perché questo fu l'intento di Mani, che non è un nome, ma un aggettivo, significa uomo illuminato e si disse in particolare di quel Mani che nacque nell'anno 527 dell'era degli astronomi di Babilonia, ovvero il 216 d.C., e meditò vangeli apocrifi e canonici, libri dell'Antico Testamento, opere di gnostici e testi legati allo zoroastrismo, di cui aveva una conoscenza tutt'altro che superficiale. Poi percorse l'impero persiano, la presenza di comunità manichee è attestata in Cina e molto si è scritto sulle affinità tra i Manichei, i Bogomili, i Pauliciani e successivamente i Catari.
Siamo per ora in grado di dire molto poco dal punto di vista storico, anche se la ricerca di una purezza assoluta, la forza di una gnosi dualista e il disprezzo per ogni forma di concessione al corpo e alla materia sono elementi che ritornano. Per motivi politici Mani fu condannato a morire di stenti il 26 febbraio 277, a sessant'anni. Dietro la sua condanna si deve leggere il tentativo di riprendere il potere da parte dei magi zoroastriani: la religione del profeta Zardušt (Zoroastro), o mazdea, divenne la «buona religione», fondamento del potere dei Sassanidi.
Il Manicheismo, nei secoli combattuto come eresia da cristiani, mazdei e musulmani, mescolava elementi di tutte queste religioni. Il tema fondamentale è quello dei due principi, insieme alla consapevolezza di un'angosciosa, inevitabile e pervasiva presenza del male in questo mondo; la soluzione è una struttura ontologica che garantisce redenzione e salvezza tramite strumenti religiosi non nuovi ai credenti del terzo secolo.
Il manicheo si può salvare se accetta la conoscenza dei due principi, eretica per cristiani ed ebrei (perché introduce un principio del male increato e contrapposto al Dio buono), inadeguata per gli zoroastriani (che, pur essendo dualisti, non accettavano la contiguità spaziale di luce e tenebre).
Il manicheo è dunque gnostico, si salva se accetta una conoscenza, e dualista: non si salva grazie alla fede, ma grazie alla conoscenza dei due principi. Non si contrappone ai fedeli di altre religioni, ritiene semplicemente di aver raccolto il meglio della predicazione di Buddha, Zoroastro, Gesù, e per evitare problemi dottrinali possiede un corpus di testi e di immagini risalenti a Mani stesso, garanzia di dottrina sicura.
Le prime fonti dirette sono venute alla luce all'inizio del Novecento, in luoghi e lingue tra loro assai differenti: nel Turkestan cinese, nell'oasi di Turfan, nella regione di Dunhuang (in lingue iraniche, in antico turco, in cinese); a sud di Tebessa, in Algeria (in latino); nel Fayyu-m, in Egitto (in copto). Sempre dall'Egitto provengono il Codice di Colonia (traduzione greca dal siriaco, forse del V secolo) e testi copti, siriaci, greci dagli scavi iniziati negli anni Ottanta a Kellis, nell'oasi egiziana di Dahlah. Per approfondire, si leggano gli scritti di un novantenne appassionato di religione.
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manicheismo. un tentativo di religione universale Julien Ries Jaca Book, Milano pagg. 302|€ 44,00

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