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Questo articolo è stato pubblicato il 08 maggio 2011 alle ore 08:20.

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¶ Siamo una generazione di viaggiatori. Di poliglotti. C'è chi perciò lamenta di perdite del centro. Di radici. Ma se guardiamo le abbiamo dentro, addosso. Nella nostra carne. La Puglia è terra magica. Da là si muove da anni una delle figure più feconde e vigili della poesia italiana: Emilio Coco. Una delle dimostrazioni viventi che non esiste una poesia nazionale, ma una poesia italiana tessuta e che dà filo e ritmo a tante voci. Basti pensare al bel libro recente di Seamus Heaney Catena umana (Mondadori) che si chiude con una ripresa degli aquiloni di Pascoli. Coco lo puoi trovare in Messico, in Nicaragua, in Spagna e ovunque le lingue della poesia da molte si fanno una. È grazie a tizi di questo genere – molto più che grazie all'opera delle Istituzioni – che la poesia passa da un Paese all'altro e da una lingua all'altra viaggiando attaccata ai loro vestiti, all'anima, alla faccia. E in libretti rari, meravigliosi. Nella sua ultima raccolta Coco offre con nuda verità la rivelazione su dove nasce la libertà del viaggiatore e traduttore: nella carne legata, inchiodata, innamoratissima a un luogo, una gente. A una fraternità. Che si svela al massimo grado, con intensità più pura e violenta nelle circostanze fondamentali della vita. Come la morte, che è un gesto ampio, così ampio della vita, da divelgerne la danza, il respiro. In Il dono della notte (Passigli) Emilio Coco sosta accanto al fratello morente. Un ritratto di vita d'ospedale, di notti, di luci azzurre e strane, di disperazione, di santi pregati in modo bizzarro. Un ritratto duro. Il fratello di Emilio era uno stimato latinista, una mente arco dei tempi. Vederne la corruzione fa sorgere nel poeta parole mormorate e incise. E la notte ospedaliera diviene il luogo dove si svela il centro. La radice illumina visioni. La fraternità si consuma e insieme sfolgora. Qui il centro sembra perire e invece si avvera in un estremo omaggio d'amore impotente e perciò più vasto, fatale. Nel guardare il fratello il poeta scopre ancora una volta l'infinito nel finito: «E il tuo capo scivolato dal cuscino. / Ti svegli e ti apri ad un sorriso / se ti parlo di giambi ed anapesti. / C'è ancora posto nel cervello roso / per Catullo e i poeti palatini».
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