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Questo articolo è stato pubblicato il 29 maggio 2011 alle ore 08:20.

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La lingua di Camilleri inclina a tutte le astuzie. Intanto è una lingua d'invenzione. Non deve quindi dar conto a nessun vocabolario reale. Obbedisce solo alla fantasia dell'autore. E alla letteratura. Si regge su se stessa, sui propri ludi. Rientra in quel regime d'illusionismo teatrale, e di allegra burla, che sospende la reciproca esclusione di verità e menzogna. L'equilibrismo di Camilleri somiglia a quello dei saltimbanchi che nei quadri di Antonio Donghi, tanto amati dallo scrittore, sostengono su un sigaro la magica leggerezza di un cilindro. Camilleri arriva a stemperare gli accenti antichi della Scuola siciliana; ne sbuccia le parole e le trucca, traducendole in un italiano che, in quanto a falsità, consuona con il vigatese. C'è una trama evidente, una storia, nei romanzi di Camilleri. Ma più sottile e inavvertito è il complotto delle parole, che si srotolano e giocano; e nel frattempo condizionano come un destino la vicenda raccontata, cogliendo alle spalle il lettore che è talmente impegnato a indovinare la soluzione del giallo, e a godersi la lepida sagacia della parlata del narratore, da non accorgersi dei segnali che il linguaggio gli invia. La tattica torna, con grande evidenza, nel nuovo romanzo: Il gioco degli specchi (in uscita da Sellerio, pagg. 256, € 14,00).
Al centro del romanzo c'è una donna, che è "frisca" e "profumata". Per depistare il lettore, Camilleri aggiunge una maliziosa rima di disturbo. Specifica che è anche "arriposata" (dopo una notte consumata in gemiti amorosi). Lo stratagemma funziona. E nessuno si accorge del ricalco letterario. "Fresca" e "aulentissima" era la rosa cantata da Cielo d'Alcamo, in una più lontana Sicilia. Ma nel romanzo di Camilleri il "profumo" (che impregna persino i vestiti del commissario Montalbano) non è di rosa ma di giglio. La donna si chiama infatti Liliana. Lo spostamento da un fiore all'altro (dalla rosa al lilium latino), e l'aggiornamento della letteraria Alcamo nella non meno letteraria Vigàta, sono trucchi giocosi che il linguaggio si concede compiacendosene. L'apparente svagatezza del gioco anticipa però, senza darlo a vedere, l'offuscamento della trama. Nessuno ci fa caso. Ma nel l'aiuola letteraria del suo romanzo, Camilleri ha fatto scivolare di soppiatto un effetto di scrittura che mette in campo il fantasma di un'altra donna, della celebre Balducci, Liliana anch'essa, trovata morta, sgozzata, in Quer pasticciaccio brutto de via Merulana di Gadda. Il giglio del Gioco degli specchi olezza di morte. E con il suo inconfondibile aroma, che malaugurante rimane addosso a chi l'avvicina o lo tocca, sia esso amico perplesso o romantico amante, rischia di coinvolgere, nell'insordidamento, Montalbano: che viene attirato, quasi con le brache in mano, dentro un filmino a luci rosse; e finisce per essere accusato d'omicidio. L'avvio del giallo, molto prima che nella vicenda, è nelle suggestioni del linguaggio.
La lingua inventata di Camilleri comprende le eccezioni idiolettiche, la felicissima idiotaggine linguistica, lo scilinguagnolo a perdifiato, festoso e sbardellato, del centralinista Catarella. La parlata di Catarella può essere contagiosa. Nel Gioco degli specchi infetta allegramene il resoconto che di un incubo di Montalbano fa il narratore, ormai abituato a quei sogni che per giorni e giorni rimangono attaccati alle palpebre e ai pensieri del commissario. Con i sogni e con gli incubi del personaggio, il narratore ci si diverte; e si lascia sfuggire un «di pirsona pirsonalmenti» che è fra i fiori lunari e le perle più luminose del fantastico Catarella.
Il comportamento linguistico di Montalbano varia di caso in caso. Ha diverse sfumature. Passa dall'italiano generoso e caloroso delle cortesie e delle galanterie, a quello biascicato e contraffatto, e talora di gravità notarile, degli scherzi telefonici. Il dialetto conosce il turpiloquio farsesco nei battibecchi di rude amicizia con il dottor Pasquano, ed è di acuta sensibilità nel normale uso quotidiano. Quando ricompare l'eterna fidanzata, la tormentosa Livia che vive a Boccadasse, Montalbano brandisce il dialetto come un'arma di autodifesa: «Non mi parlare in siciliano», «ti nascondi dietro il dialetto», squittisce, starnazza e urla la fidanzata. Aggiunge: «Avete certe parole in Sicilia...». Sull'argomento ha scritto pagine divertite Francesca Santulli, nel libretto Montalbano linguista. La riflessione metalinguistica nelle storie del commissario (Arcipelago Edizioni, Milano, pagg. 220, € 12,50): «Il dialetto è sentito da Livia come qualcosa di estraneo e minaccioso. Come il rifugio segreto di Salvo, la barriera protettiva eretta per escluderla». La cameriera di Montalbano, Adelina, non sopporta l'intrusa, la barbara straniera. Vizia il commissario con vari manicaretti e mastodontici arancini. Lo asseconda sempre con l'umiltà e l'ardente gioia del suo dialetto. E farebbe cose da pazzi, pur di vedere fiorire una bella corona di corna sulla fronte dell'incompatibile signorina. Lei il letto lo prepara. Favorisce le occasioni.
Il commissario del nuovo romanzo, più che uno sbirro, è un caro vicino di casa premuroso e apprensivo. Almeno all'inizio. In altri racconti prevale lo spirito sbirresco, che si diverte a far sberleffi ai delinquenti comuni, alle cosche mafiose, ai politici corrotti e collusi (e neppure ora si astiene, naturalmente, da sgambetti e contropiedi, con trionfante soddisfazione). In ogni caso Montalbano è sempre pronto a rompere le regole e le convenzioni, pur di smascherare e denunciare le menzogne politiche che, solo perché hanno cittadinanza nel paese, pretendono di diventare verità e atti di fede come nei fatti del G8 di Genova. Ciò che conta per lui, sempre, è poter dire alla fine: «E puro chista è fatta».

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