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Questo articolo è stato pubblicato il 29 maggio 2011 alle ore 08:22.

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Nelle storie della filosofia italiana del Novecento, del pensiero di Somenzi, non vengono quasi mai presentate in modo articolato le specifiche posizioni. Ciò è probabilmente dovuto al fatto, rilevato da Dario Antiseri e Silvano Tagliagambe in un ritratto intellettuale che invece cattura i principali percorsi teoretici esplorati da Somenzi, che questi è stato «una figura atipica nell'ambito della filosofia italiana e del panorama delle riflessioni in campo epistemologico, soprattutto per il tipo di formazione e le vicende che lo condussero all'insegnamento e all'attività di ricerca, ai quali arrivò da fisico sperimentale e da ufficiale del Genio aereonautico». Viene subito in mente che di Benedetto Croce si diceva amasse fare dell'ironia sulla filosofia di Herbert Spencer, sottolineando che era un ingegnere ferroviario.
Il percorso di ricerca intrapreso da Somenzi si è collocato al livello delle implicazioni filosofiche dei risultati scientifici, a cominciare dalla possibilità di utilizzare le conquiste delle scienze empiriche per mettere ordine e dare un senso concreto alle grandi tradizioni filosofiche occidentali. Somenzi proponeva ai filosofi di raccogliere una sfida che, attraverso la collaborazione con gli scienziati, e partendo dai risultati dell'indagine sperimentale e teorica sui principi che regolano il funzionamento dei sistemi materiali organizzati, avrebbe dovuto portare a «una spiegazione esclusivamente scientifica sia dei fenomeni vitali sia delle nostre attività mentali». In un articolo del 1969 sulle tendenze della ricerca epistemologica in Italia, Somenzi caratterizzava il suo approccio come fondato sulla «possibilità che gli studi di filosofia della scienza, estendendosi dal campo delle scienze da tempo costituite al campo interdisciplinare delle scienze in corso di sviluppo, come la cibernetica stessa, la biologia molecolare, la psicolinguistica e l'etologia, conducessero alla formazione di una filosofia scientifica ben più agguerrita di quella propugnata vent'anni fa da Hans Reichenbach sulla base di un'esplicita rinuncia ad affrontare con strumenti e metodi scientifici la problematica filosofica dei valori, in particolare dei valori etici ed estetici».
Come reagirono i filosofi? Dai commenti e dal dibattito seguito all'intervento di Somenzi al Congresso pisano L'uomo e la macchina, XXI Congresso della Società Filosofica Italiana, Pisa 22-25 aprile 1967 si evince soprattutto un senso di iniziale disorientamento, a cui seguirono diverse reazioni. Quasi tutti riconobbero che la sfida c'era, e tutti si resero conto che si trattava di un approccio che mirava a rifondare l'epistemologia materialista, anche se quasi nessuno comprese che era una prospettiva del tutto originale.
Di fatto, proprio l'assunzione materialistica di tale prospettiva era ciò che più inquietava. Ad esempio, un filosofo peraltro laico come Guido Calogero, che a Pisa presentò un saggio intitolato L'uomo, l'automa e lo schiavo, sostenne che l'interesse filosofico per la cibernetica poteva nascere soltanto nell'ipotesi che le macchine pensanti sollevassero un problema morale, il che sarebbe però accaduto solo se esse si fossero rivelate capaci «di soffrire e godere, oltre che di dialogare con l'uomo». Chiudendo i lavori del Congresso, Calogero riconobbe che i filosofi sanno poco di quello che fanno gli scienziati, ma invitò i colleghi a studiare comunque soprattutto la «compossibilità» degli avanzamenti scientifici in rapporto alla «condizione della civiltà in generale».
Nondimeno, l'atteggiamento filosofico di Somenzi, forse anche in ragione della sua formazione, non risultava facilmente circoscrivibile all'interno di una speculazione epistemologica fine a se stessa, o che pretendesse di spiegare agli scienziati il significato o i limiti delle loro scoperte, dato che si nutriva teoreticamente proprio dei problemi e degli avanzamenti scientifici più rilevanti. A Calogero, Somenzi rispondeva che, benché non ancora sofferenti, già per il solo fatto di essere «intelligenti», le nuove macchine potevano aiutarci «a capire cosa succede nella nostra testa quando pensiamo e parliamo, ciò rivestirà un sicuro interesse per il filosofo che tutt'ora attende una soluzione dei classici problemi della logica e della gnoseologia, indipendentemente dagli eventuali legami di queste con l'ontologia e con l'etica».
Somenzi coglieva la direzione verso cui stava muovendo il processo di ridefinizione scientifica dei fondamenti materiali delle esperienze conoscitive umane. L'esperienza del materialismo positivistico aveva intrapreso un vicolo cieco, in quanto le scienze chimico-fisiche alle quali esso faceva riferimento non contenevano i concetti e le metodologie necessarie a descrivere e spiegare l'organizzazione particolare che assume la materia vivente. Riferirsi a un generico materialismo, privo di adeguate specificazioni, non avrebbe oggi più alcun senso. Ma avrebbe ancor meno senso sostenere l'esistenza di principi immateriali irriducibili alle proprietà maturate, attraverso l'acquisizione di specifiche organizzazioni, dalla materia vivente nel corso dell'evoluzione biologica. Viene quasi spontaneo ricordare quello che scriveva il filosofo francese Gaston Bachelard in Le materialisme rationnel, già del 1953: «La scienza non ha la filosofia che merita... un retroterra filosofico nutrito di convinzioni non discusse è spesso il rifugio notturno degli intellettuali... l'intellettuale raramente esprime la filosofia chiaroveggente della propria scienza».

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