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Questo articolo è stato pubblicato il 26 giugno 2011 alle ore 08:17.

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Fama o notorietà? Il problema, sosteneva Evelyn Waugh, sta proprio qui, nel fatto che la società moderna ha optato per la notorietà senza badare alla sua consistenza o al modo in cui viene ottenuta. A danno della fama, la discreta gloria che, in un ambiente più o meno ristretto, toccava a chi, dal medico al maestro, dall'artigiano al coltivatore, eccelleva nel proprio campo. Una gloria fatta più di sussurri che di grida, ormai in via d'estinzione. Era questa l'aureola che circondava i genitori di Italo Calvino e solo grazie al loro legame con lui possiamo venire a sapere della loro vita dedicata alla scienza. L'occasione è un delizioso prontuario, 250 quesiti di giardinaggio risolti, ristampato dopo 70 anni, «utile a quanti coltivano fiori e piante ornamentali», scritto nella speranza che «contribuisca, risolvendo le difficoltà, a rafforzare l'amore per la loro coltivazione, godimento puro dei sensi e dell'intelletto».
Mario Calvino, autorevole agronomo, diceva che «noi dobbiamo essere come le piante che affidano al vento milioni di semi con la certezza che almeno alcuni di questi germineranno». Eva Mameli, sua moglie, era stata una delle prime donne a laurearsi in una materia ritenuta poco femminile come le scienze naturali. Italo era nato a Cuba, dove Mario sperimentava nuovi modi di coltivare la canna da zucchero. Due anni dopo, nel 1925, la coppia si era spostata a Sanremo, dove lui era stato nominato direttore della Stazione sperimentale di floricoltura, mentre lei, vinta la cattedra di Botanica a Cagliari, aveva avuto la direziore dell'orto botanico.
Repubblicani e anticlericali, i Calvino, molto apprezzati tra gli studiosi, erano completamente staccati dal mondo circostante. Abitavano in una villa liberty, «La Meridiana», al centro di un parco lussureggiante di ogni tipo di pianta. L'edificio era al confine tra la città e la campagna, «uno spazio neutro fra futuro e passato», spiega Ernesto Ferrero.
«Mia madre era una donna molto severa, austera, rigida nelle sue idee». In quell'ambiente dedicato allo studio dominava il silenzio.
Eva passava lunghe ore sui libri, tra gli erbari e il microscopio, nella stanza più isolata della villa. Il figlio aveva con lei una complicità fatta «di sguardi e gesti più che di parole». Sapeva che l'attento ordine della grande casa riposava su quella donna minuta «che non usciva mai dal giardino etichettato pianta per pianta». Anche il padre era «molto austero e burbero ma la sua severità era più rumorosa, collerica, intermittente». Il viso severo incorniciato da una barba darwiniana, Mario Calvino dispensava, carezzando con le mani nodose il tronco degli alberi, vivide lezioni di botanica. Ma per lui il momento migliore era l'alba, quando usciva vestito da cacciatore e si inoltrava, scortato dal cane, tra le vigne e gli ulivi facendo risuonare le suole chiodate delle scarpe.
In questo libro appaiono piccoli mostri, accaniti nemici dei fiori, come la Perrisia (o Dasyneura) affinis, un moscerino «che depone le uova nelle foglie tenere delle violette e ne provoca l'ingrossamento del lembo e l'accartocciamento». Fortunatamente «si può arrestare questa infestazione all'inizio, con irrorazioni di insetticidi a base di nicotina», un po' come fare fumare le viole.
Anche la terra, per gli ignari tutta uguale, svela infinite sfumature. Come si individua la terra silicea necessaria alle ortensie? «Per distinguere una terra silicea da una terra calcarea, se ne mette un poco su un piattino e vi si versa sopra un po' di sugo di limone o di aceto forte. Se la terra fa effervescenza, è calcarea. Il gas che si sviluppa a contatto con l'acido è gas carbonico. Una terra simile non è adatta per le ortensie. Il terriccio, per le ortensie, deve dare pochissima o punta effervescenza».
Da queste pagine, nate dalle risposte ai lettori di una rivista di orticultura, «Il giardino fiorito», emana il profumo di un mondo ormai svanito. E questo non solo nelle risposte, ma anche nelle domande.
«Posso coltivare con successo i gladioli in vaso? Non dispongo di un giardino, ma di una piccola terrazza riparata da ogni lato e poco soleggiata». Nel linguaggio di quello sconosciuto lettore di Viterbo si avverte l'eco di un mondo in cui la ricchezza e i consumi non erano ancora l'essenziale. Un mondo riservato e onesto, in cui persisteva l'eco dell'insegnamento dispensato da Voltaire nel suo Candide: «Il faut cultiver notre jardin», Bisogna coltivare il proprio giardino.
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Eva Mameli Calvino e Mario Calvino
250 quesiti di giardinaggio risolti
Donzelli, Roma
pagg. 256, € 19,50
In libreria dal 4 luglio

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