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Questo articolo è stato pubblicato il 17 luglio 2011 alle ore 08:15.

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Fu idealista o opportunista, ribelle o camaleonte, protagonista o millantatore? Quando si parla di Kurt Erich Suckert, divenuto dopo il 1925 Curzio Malaparte, simili domande sono inevitabili. I suoi biografi sono stati finora impegnati a sciogliere l'alternativa. Compito tutt'altro che facile nel caso di uno scrittore che fu interventista combattente nella Grande Guerra, poi apologeta dei vinti di Caporetto, e poi ancora fautore di un fascismo rivoluzionario totalitario. Che fu amico di Piero Gobetti e testimone in favore degli assassini di Matteotti; che fu cantore di Mussolini, di Farinacci, di Balbo, di Ciano finché furono potenti, per denigrarli quando il loro potere declinò o cadde in rovina. Che fu sovvenzionato dal ministero della Cultura popolare fino al 1943, ma dopo il crollo del fascismo si presentò come un perseguitato dal regime, e fu pronto a dichiarare a Togliatti nel 1944 che il comunismo era stato «motivo dominante di tutta la mia attività intellettuale», «motivo profondo di tutti i miei atti d'intelligenza e di coscienza». Né le metamorfosi di Malaparte cessarono allora: dopo il 1946, infatti, divenne anticomunista e fustigatore della «razza marxista», denunciò il «fascismo degli antifascisti» e fu sostenitore di De Gasperi nelle elezioni del 1948, per concludere infine la sua esistenza terrena nel 1957, esaltando Mao e il comunismo cinese, accettando la tessera del Partito repubblicano e del Partito comunista, e forse accettando, in punto di morte, di convertirsi alla Chiesa cattolica, che lo aveva messo all'Indice.
Di fronte all'evidenza dell'incoerenza, la risposta più veritiera alle domande alternative sta forse nel constatare che Malaparte fu idealista e opportunista, ribelle e camaleonte, protagonista e millantatore, in diversi momenti della sua esistenza, da lui stesso avvolta in un alone di ambiguità. Non tutti i suoi biografi hanno però accettato il giudizio di Antonio Gramsci, che gli attribuiva «uno sfrenato arrivismo, una smisurata vanità, uno snobismo camaleontesco». Franco Vegliani, che nel 1957 pubblicò la prima biografia di Malaparte, lo giudicava «uno degli uomini più coerenti che mai mi sia accaduto di incontrare», coerente perché rimase sempre fedele al personaggio «che aveva voluto, o accettato, di essere». Tale giudizio, tuttavia, prescindeva dalla verifica delle credenziali autobiografiche di Malaparte, che dopo il 1943 aveva riscritto continuamente il racconto della sua vita, trasfigurandola con invenzioni, esagerazioni e bugie, per dare di sé l'immagine di uno spirito libero, impavido, ribelle, spregiatore dei potenti e paladino degli umili.
Di questo apologetico autoritratto poco è sopravvissuto alle indagini dei suoi biografi più recenti, non sedotti dal fascino dell'affabulatore afflitto da narcisismo acuto, ma neppure condizionati dalla pregiudiziale moralistica che per lungo tempo ha gravato su Malaparte, molto più di quanto non sia accaduto per altri, numerosi intellettuali che come lui vissero nel fascismo e con il fascismo (e spesso anche del fascismo), ma furono lesti ad attribuirsi, caduto il fascismo, un passato antifascista o afascista. Solo un decennio dopo la sua morte, nel 1968, con un aggio di Gianni Grana, fu avviata una valutazione critica dello scrittore, disincagliandola dal giudizio moralistico sull'uomo, che pure non era un giudizio privo di ragioni.
Cominciò Giordano Bruno Guerri nel 1980 a sfrondare la vita di Malaparte dalla leggenda autobiografica: «Sono pochissime le cose che comunemente si sanno di Malaparte che siano davvero andate come lui ha tramandato», osservava Guerri narrando la vita di «un personaggio molto meno drammatico, epico e favoloso di quanto egli si è fatto credere», ma anche «meno ambiguo e scandaloso di quanto gli viene attribuito." Quasi venti anni dopo, nel 1998, Giuseppe Pardini ha cercato di mettere in risalto la coerenza del percorso ideologico e politico-culturale di Malaparte, definendolo un «esteta della politica» importante «per comprendere pienamente molte delle posizioni, delle istanze morale, sociali e culturali, espresse dal fascismo». Anche il più recente biografo di Malaparte, Maurizio Serra, ha rintracciato nella sua vita e nella sua opera «la coerenza intima e la modernità» di un «interprete profetico della decadenza del l'Europa di fronte alla nuove potenze globali (Urss, Stati Uniti, Cina) e alle ideologie di massa: fascismo, comunismo, terzo-mondismo».
In un corposo e composito volume (oltre 600 pagine), Serra racconta la vita di Malaparte intrecciandola con la valutazione critica della sua opera, mostrando come l'una e l'altra fossero dominate da un persistente e straripante culto di sé e del l'immagine che Malaparte volle tramandare di sé stesso come un eroe rappresentativo della propria epoca, osservatore e testimone spregiudicato di un'Europa corrotta e decadente, travolta da guerre e rivoluzioni, fatalmente condannata al disfacimento della propria civiltà. L'Europa di Malaparte, come appare nei suoi libri più letti Kaputt e La pelle, e come è descritta nei frammenti dell'ultimo romanzo appena abbozzato, Mamma marcia, era un cadavere marcescente che non poteva essere salvato: «L'Europa non è che una famiglia d'assassini, di ruffiani, di vigliacchi. Bisogna avere il coraggio di riconoscerlo... È finita, ormai, è un continente marcio. Ha già i vermi, è coperto di vermi».
Ponendo al centro della sua interpretazione il tema della decadenza dell'Europa, Serra ha dato maggiore risalto alla originalità dell'opera di Malaparte, che egli giudica «un grande scrittore e un uomo, malgrado tutto, superiore alla sua reputazione». Tuttavia, dopo la sua puntigliosa verifica, nulla è rimasto delle bugie e delle esagerazioni con le quali lo scrittore aveva trasfigurato la sua vita. Per questo aspetto, la biografia di Serra può considerarsi forse definitiva, tale, cioè, da consentire di proseguire l'esame critico dello scrittore senza doversi porre nuovamente le domande alternative sull'uomo.

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