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Questo articolo è stato pubblicato il 07 agosto 2011 alle ore 08:17.

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Una prima informazione ci dice che Heinrich Schenker, nato a Wisniowczyki in Galizia (terra polacca allora sotto il dominio asburgico, popolata da comunità ebraiche) mercoledì 19 giugno 1867, morto a Vienna domenica 13 gennaio 1935, è stato un teorico della musica, tanto ispirato da una vocazione meditativa attratta sia dai simboli sia dall'astrazione matematica da essere molto prossimo a un'altra fisionomia intellettuale: quella del filosofo della musica. Allievo di Bruckner e nello stesso tempo ammiratore devoto di Brahms (il lievissimo senso avversativo o concessivo con cui coloriamo questi connotati biografici si riferisce, naturalmente, all'effimera vanità delle discordie umane, tanto più frivola se il dissidio riguarda l'arte, la scienza e la conoscenza), Schenker ha una notorietà legata al suo nome puro e semplice, cui fu assegnato il destino di richiamare stancamente alla memoria il suo celebre metodo analitico, fondato (ma sì, banalizziamo alquanto) sull'individuazione di una «Urlinie»
(linea originaria e primordiale) nel discorso musicale, e di un conseguente «Ursatz» (struttura originaria) comune a qualsiasi composizione, purché iscritta
nei criteri del sistema tonale. Non sappiamo se grazie a ciò o malgrado ciò egli sia stato quel sottile e profondo compositore che fu, e un eccellente pianista e didatta di pianoforte.
Malgrado questa fama nominale, rari sono i musicisti che conoscano direttamente i libri di Schenker. Esiste una cerchia di fedeli cultori, di quelle che si creano spesso intorno a maestri di rigorosa serietà. Come Max Reger, come Wilhelm Furtwängler, come Victor de Sabata, Schenker conobbe la musica non "molto" bensì troppo. L'eccesso di consapevole dottrina può suscitare un'errata impressione di freddezza. Perciò la cerchia degli schenkeriani, folta a dire il vero negli Stati Uniti dove non è immune da posizioni di potere accademico, è esigua in Italia. In compenso, i fedelissimi italiani sono ardimentosi e attivi. Chi conosca qualcosa di questo intellettuale austro-polacco dall'aspetto inflessibile, avrà letto la Harmonielehre (1906) o Die freie Satz (1935), ma il libro ora uscito per i tipi di un editore che colpisce sempre nel segno, Rugginenti, e curato da due schenkeriani di rango, Carlo Levi Minzi e Matilde Bufano, è una novità e una sorpresa non soltanto per la sempre più perseguitata cultura musicale italiana. Die Kunst des Vortrags è un libro rimasto inedito fino al 2000, quando uscì finalmente, ma in lingua inglese, per l'Oxford University Press. Chiunque s'interessi ai manuali didattici d'interpretazione pianistica, troverà qui molto di più: una competenza che guida per mano, certo, un occhio infallibile nello scorgere a prima vista ciò che altri analizzatori della musica non notano, ma anche una motivazione costante, che viene da una sfera di saggezza ereditata da una fonte remota. Fra le linee conduttrici del libro, primaria è la polemica contro «il punto di vista generale sul significato delle modalità di notazione di un compositore», e contro la presunzione secondo cui la notazione rappresenta l'inalterabile volontà dell'autore. Ma, come tutti i libri di grande intelligenza, anche questo offre diversi piani di lettura. Il pianista più o meno esperto può anche semplicemente immergersi nel piacere di scoprire, grazie all'analisi rivelatrice, ciò che finora gli è rimasto nascosto, o indecifrabile.
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Heinrich Schenker, L'arte dell'esecuzione, edizione italiana
a cura di Matilde Bufano e Carlo Levi Minzi, Rugginenti, Milano,
pagg. 112, € 24,00

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