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Questo articolo è stato pubblicato il 31 agosto 2011 alle ore 20:36.

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È una delle migliori inaugurazioni dell'epoca Müller. E non tanto per la pur piacevolissima presenza della madrina Vittoria Puccini, quanto per la quarta opera da regista di George Clooney, Le Idi di Marzo, sontuoso thriller politico e morale con cui fustigare l'America di oggi, quella dei grandi elettori e dei poteri forti.

Siamo alle primarie democratiche e Mike Morris, interpretato dal divo, è il Barack Obama bianco: ateo, ambientalista, abortista, è il candidato progressista che tutti i democratici sognano, negli Stati Uniti, ma che nessuno forse voterebbe. E' un ideale Morris, lo è persino per il suo addetto stampa, il protagonista del film, la stella (finalmente) in ascesa Ryan Gosling.

E' lui che finisce nel tritacarne del potere per poi scoprire se sia vittima o carnefice, è lui la pietra angolare con cui scopriamo il Sistema. E' lui che ci conduce nel suo inferno dorato, nell'etica moderna di chi comanda tra scandali sessuali, doppi giochi e accoltellamenti alle spalle, proprio come Bruto e Cassio insegnarono al mondo e alla storia, uccidendo Cesare (alle famose Idi di Marzo del 44 a.C., appunto). "Non è un film politico, ma morale. E ne vado molto orgoglioso, mi è costato cinque anni di lavoro".

E 12 milioni di dollari di budget, recuperati anche da investitori esteri, più propensi a rischiare su un film che illumina il lato oscuro del sogno americano. Clooney si conferma regista civile, legato profondamente alla tradizione di un altro attore radical, Robert Redford, per cui il cinema è un nobile mezzo per raccontare il mondo, l'uomo e il Potere, e non un fine artistico ed estetico. "Sono cresciuto negli anni '70, cinematograficamente, dove i film ponevano interrogativi forti, indagavano profondamente nella società.

Ho cercato di fare lo stesso: la politica, come ambientazione della storia, è venuta dopo, quando abbiamo visto la piéce shakespeariana su Giulio Cesare". Clooney, però, non ci dice chi accoltella chi, rispetto al cinema civile di un tempo non ci mostra buoni e cattivi, ma solo attori geniali di una pantomima politica in cui tutti sono corrotti. La giovane e bella stagista (Evan Rachel Wood), il campione che scala le vette della sua ambizione (Ryan Gosling), il candidato che deve essere all'altezza delle sue aspettative e di quelle altrui, altissime e impossibili (Clooney), i rivali dietro le quinte (Paul Giamatti e Philip Seymour Hoffman). Una partita a perdere, in cui al tavolo rimangono le carte e, al massimo, un giocatore solo, svuotato.

Un film implacabile, "in cui il cinismo prevale sull'idealismo, come avviene ora nel mio paese. Sono ottimista per il futuro, ma ora è così". Lo dice con una punta di delusione, non lo dice ma dal suo presidente, quello vero, forse si aspettava di più. "Le Idi di marzo era in preproduzione già dal 2007: la sua cupezza, però, non sembrava adatta a quel momento pieno di speranza che portò all'elezione di Obama. Dopo due anni, è ripartito". L'attrazione degli americani per il proprio sistema politico trova in questo film un altro riferimento potente, la critica verso il Potere trova un altro tassello, i registi statunitensi si dimostrano per l'ennesima volta i più attenti a raccontare l'oscurità di chi comanda. Ad esserne attratti e a stigmatizzarla.

"Mi chiedete se vorrei fare realmente il candidato alle presidenziali o alle primarie democratiche?- ride il divo-. Non credo proprio, ho un bel lavoro, perché mai dovrei sceglierne uno così difficile?". Nessuno può dargli torto, anche perché come dice il suo sceneggiatore e sodale da trent'anni Grant Heslov, "ormai Hollywood, un tempo capitale dei vizi, rispetto a Washington sembra il paese dei balocchi". E a ricordarcelo, come fa ancora Robert Redford, è il sex symbol degli ultimi due decenni. A cui, ormai, manca solo di fondare un festival di cinema indipendente.

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