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Questo articolo è stato pubblicato il 10 settembre 2011 alle ore 18:57.

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I motivi per mantenere e potenziare l'insegnamento della pratica musicale nelle scuole dell'obbligo sono molti, e vanno dalla richiesta di mantenere viva un'identità culturale (difesa accoratamente nel testo di Quirino Principe) alla consapevolezza dell'effetto positivo che l'istruzione artistica, e in particolare musicale, ha sullo sviluppo cognitivo di capacità che poi sono mobilitate nell'apprendimento delle discipline matematiche e scientifiche (come documentato dagli studi pubblicati dalla fondazione Dana).

In che direzione andare?
1. Si deve anzitutto prendere atto della distinzione tra apprendimento formale e apprendimento informale della musica. Questo significa due cose: uno, imparare la musica cominciando dalla lettura delle note è come imparare l'inglese cominciando dalla lettura di Shakespeare senza curarsi della pronuncia. Due, imparare la musica informalmente dopo una certa età è come imparare l'inglese tardi nella vita. Per competenze sensomotorie e sintattiche complesse come il linguaggio e la musica le finestre di apprendimento sono relativamente ristrette.

2. Quindi, si devono diffondere (e introdurre già nell'educazione per la prima infanzia) i metodi di apprendimento precoce informale della musica (come per esempio il metodo Gordon, o il metodo Suzuki). Curiosamente, il Paese del bel canto non crea più nativi musicali; a differenza di quanto avviente in altre culture, nel nord Europa, o in India, in cui il canto è spesso praticato in famiglia.

3. Aiutare la sperimentazione: L'Associazione Nazionale dei Critici Musicali da più di una decade assegna il Premio Abbiati, che ricompensa progetti educativi creativi nell'ambito dell'educazione musicale. I circa cento progetti sottoposti ogni anno sono indice di una certa vitalità. Sarebbe interessante potenziare questo dispositivo, per esempio con una biblioteca online dei progetti premiati, un repertorio di buone pratiche. Gli insegnanti sono sulla linea del fronte dell'innovazione pedagogica, non c'è laboratorio più ricco di quello della sperimentazione in vivo, ma la condivisione è un passo ulteriore essenziale.

4. Pensare in maniera creativa al pubblico della musica "forte". Un bambino o una bambina rischiano di annoiarsi di più agli Uffizi che a una mostra di Anish Kapoor. Gli artisti contemporanei e i musicisti in particolare – nonché i direttori artistici – ci pare sottovalutino l'enorme potenziale di interesse del loro lavoro per i piccoli, e il fatto che si tratta di un cavallo di Troia per fare entrare tutta la musica colta nella roccaforte dell'attenzione, oggi protetta da mille gadget paradisneyani. Non si tratta, si badi, di «avvicinare i piccoli alla musica contemporanea», ma di pensare, comporre, produrre pezzi, progettare auditori destinati a essere goduti dai bambini.

5. Fare una distinzione tra formare persone musicalmente competenti e formare professionisti della musica. I nostri conservatori, licei musicali, scuole di musica, non potrebbero forse aprire qualche pista pedagogica in tal senso? Si deve per forza considerare la formazione musicale di un Casati (assai modesto pianista dilettante) un insuccesso? Non è invece un enorme risultato?

(Maurizio Giri è titolare della cattedra di Composizione, Conservatorio di Campobasso)

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